LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO A FILEMONE

 

CONCLUSIONE

 

  

Trovare i principi che rendono sempre attuale ciò che è stato scritto per un tempo, in una situazione, o condizione particolare, non sempre è facile. Se non ci si vuole soffermare alla lettera che uccide, è di obbligo andare ai principi, perché i principi sono “lo spirito” che vivifica la lettera e le dona un valore perenne, che non tramonta mai.

Cosa rende sempre attuale questa Lettera, oltre che è Parola di Dio, quindi verità rivelata per la salvezza di chiunque crede? Ma anche la verità rivelata, può essere santamente e rettamente compresa senza i principi o “lo spirito” che la vivifica?

In questa Lettera alcune fondamentali, basilari verità devono essere considerate “spirito che vivifica”, quindi con valore eterno, che va ben oltre le contingenze e le circostanze particolari della storia. Questa verità sono: La carità, la conoscenza del bene che si fa, la piena libertà di comando, la preghiera fatta nella carità, la generazione spirituale, l’identificazione con l’altro, la non costrizione o spontaneità nel bene da fare, la fratellanza cristiana, l’espiazione vicaria, la docilità del cuore dinanzi al bene.

La carità. Dio è carità. Ogni carità si attinge in Dio. Ogni carità di chiede a Dio. Si chiede e si attinge. Si chiede, si attinge, si vive in una continuità che non può conoscere sosta.  La carità in Dio oltre che essenza e natura divina. È il dono che il Padre fa della vita al Figlio. Nell’eternità, senza principio e senza inizio, da sempre, Dio dona la vita al Figlio, generandolo. Questa è la carità del Padre. Il Figlio dona la vita al Padre. Questa è la carità del Figlio.

Questa carità eterna che dal Padre si riversa tutta nel Figlio e dal Figlio tutta nel Padre è lo Spirito Santo: la terza Persona in Dio. Lo  Spirito Santo, Persona divina, è la Carità del Padre e del Figlio. Questo è il mistero dei misteri, che neanche nell’eternità, quando vedremo Dio faccia a faccia, potremo capire nella sua essenza. Però è giusto sapere che il mistero, l’essenza eterna di Dio, è carità e questa carità delle Persone si vive nell’unità di una sola natura divina.

La carità di Dio è il dono per creazione della vita all’uomo. Questi è creato dalla carità di Dio. Non è dalla natura di Dio, né per generazione, né per emanazione, è da Dio, ma per creazione dal nulla.

Con il peccato, la carità di Dio si fa dono all’uomo della sua stessa vita. Dio non solo dona la vita all’uomo. Gli dona la sua stessa vita e gliela dona in due modi: morendo per lui sulla croce; rendendolo partecipe della sua natura divina. Gli dona la vita del Figlio per redimerlo. Gli dona la vita dello Spirito Santo per inserirlo in questo mistero eterno di carità che è Dio.

Con la redenzione la carità si specifica e si caratterizza nella sua essenza più pura: dono della propria vita a Dio, perché Dio ne faccia un dono di salvezza per i fratelli. Questa caratterizzazione della carità ci insegna che il dono della vita non è fatto direttamente all’uomo, ma a Dio. È a Dio che la vita si dona e la si dona a Dio accogliendo su di noi la sua divina volontà, conservando la nostra vita sempre nella divina volontà.

La volontà di Dio che risplende su di noi fa sì che tutta la nostra vita diventi un dono per i fratelli. Amiamo Dio, doniamo la vita a Lui. Sarà a Lui a indicarci di volta in volta come offrire la vita ai fratelli per la loro salvezza.

Filemone ama. La sua carità è nota. Egli dona la vita ai fratelli, facendo tutto il bene che Dio gli chiede come cristiano.

Qual è il bene che Dio chiede al cristiano? È quello che ha chiesto Cristo: ”Come io ho amato voi, così voi amatevi gli uni gli altri”. Come ci ha amato Cristo? Offrendo la sua volontà al Padre perché facesse della sua vita un dono di salvezza per il mondo intero.

Come potrà amare il cristiano secondo Dio? Solo alla maniera di Cristo: offrendo la sua vita a Dio perché il Padre, secondo la sua volontà, ne faccia un dono di redenzione e di salvezza per il mondo intero.

La carità cristiana deve essere sempre rivestita di dimensione trascendente, soprannaturale. Deve essere pura e solo obbedienza a Dio per amare incondizionatamente.

La carità cristiana mai dovrà essere puro umanesimo, pura filantropia. Mancherebbe del dono totale della nostra vita. Sarebbe un fare qualcosa per gli altri, ma non il dare tutta la vita agli altri. Ma anche se si desse tutta la vita agli altri, sarebbe nella nostra volontà, non nella volontà di Dio. Amare secondo la volontà dell’uomo e amare secondo la volontà di Dio non è la stessa cosa.

La conoscenza del bene che si fa. È regola evangelica che “la destra non sappia ciò che fa la sinistra”, in materia di bene operato. Questa norma vale per l’autore del bene. Non vale per colui che il bene ha ricevuto.

Per chi fa il bene e per chi lo riceve vale l’altra regola, donataci anch’essa di Gesù Signore: “Vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli”. Fatto il bene, la sua notizia si diffonde come i raggi del sole al suo sorgere. Come i raggi del sole danno luce agli occhi e calore a tutto il corpo, così è del bene che si fa.

Il bene fatto infonde speranza, libera dall’angoscia, crea vera comunione. Il bene fatto è vera luce che inonda i cuori. Il bene fatto cristianamente rende testimonianza a Cristo e opera anche conversione e salvezza.

Il bene fatto diventa anche stimolo, esempio perché altro bene venga fatto da altri, perché nessuno si chiuda in se stesso, perché tutti facciano a gara per amare di più, meglio, santamente, secondo il cuore di Cristo e di Dio, nello Spirito Santo. Il bene fatto rende testimonianza alla persona. Chi fa il bene secondo Cristo attesta al mondo intero che la sua fede è vera, non è parola vuota. Il bene fatto deve essere stile di vita di ogni comunità cristiana. Il bene da fare però non lo determina la comunità, lo stabilisce il Signore per ogni singola persona.

Si è già detto che la carità cristiana è il dono della nostra vita a Dio perché ne faccia uno strumento di amore. Se la vita è donata a Dio, non può essere donata alla comunità, anche se la comunità è di Dio, è la Sua Vigna, il Suo Gregge.

Mai la comunità può stabilire il bene da fare per le singole persone. Può, chi ha la responsabilità della comunità, manifestare le esigenze del bene, poi sarà liberamente la singola persona a decidere cosa può fare, cosa non può fare, secondo che Dio glielo comanda, o non glielo comanda. Mai ci dobbiamo dimenticare della dimensione trascendente, soprannaturale della carità cristiana.

La piena libertà di comando. Questa dimensione trascendente della carità Paolo la insegna a Filemone.

Paolo può dire a Filemone cosa deve fare, cosa non deve fare. Glielo può dire perché Lui, Paolo, sa quel è la volontà di Dio. La sa perché il Signore, con il quale vive in intima comunione, glielo rivela di volta in volta. Pur potendo comandare il bene, si astiene dal farlo, perché? Si astiene, perché è proprio del ministero di Cristo insegnare la via della verità, non quella della volontà di Dio.

Se Paolo avesse anche sempre e comunque manifestato la volontà di Dio per ogni persona, ogni altro ministro di Cristo avrebbe potuto “arrogarsi” questo diritto non solo di conoscere la volontà di Dio, ma anche di imporla agli altri come volontà di Dio.  Questo mai deve avvenire, perché il ministro di Cristo, non è ministro della volontà di Dio, bensì della verità di Dio. Lui deve insegnare la verità di Dio e la verità di Dio è la Sua carità. Una volta che ha manifestato, insegnandola, la carità di Dio, è la persona che si deve mettere dinanzi al Signore e chiedere come percorrere concretamente la via di verità tracciata dal suo ministro.

Ognuno che ha dato la volontà a Dio, in ogni istante deve chiedere a Dio che lo guidi sulla via della sua volontà in ogni più piccola manifestazione della sua vita. Così agendo, Paolo ci insegna una delle verità fondamentali del nostro cristianesimo: Signore dell’uomo, di ogni uomo, è Dio, solo Lui, per ogni istante della sua vita. Mai un uomo può avere una volontà su un altro uomo. Sarebbe questo un proclamarsi Signore dell’altro.

In sintesi: la piena libertà di comando è solo per Paolo, è solo per i profeti, è solo per coloro ai quali Dio direttamente ha manifestato la sua volontà.

Ma anche costoro, devono riferire la volontà di Dio, lasciando libera la volontà dell’uomo, perché si metta in preghiera e chieda a Dio: o la forza di obbedire, o l’intelligenza per capire, o una più grande carità per amare secondo la sua divina volontà manifestata.

La preghiera fatta nella carità. La comunità del Signore non vive avulsa dalla storia, dal tempo, dal luogo. È in un tempo, in un luogo, in una storia che si vive la volontà di Dio.

In questo spazio circoscritto possono sorgere motivi gravi per amare. Cosa fare, se non possiamo stabilire noi chi deve amare, come e dove deve amare?

Possiamo risolvere il problema in un solo modo: manifestando le reali esigenze dell’amore, in modo personale, in modo comunitario.

È questa la preghiera fatta nella carità. Si chiede, per amore, agli altri, che si dispongano ad amare. Lo si chiede in nome della carità di Cristo Gesù.

Chi è interpellato dalla carità, alla carità è obbligato in coscienza a rispondere, a meno che non ci sia per lui una volontà precisa, puntuale del Signore, che lo chiama a fare altre cose.

Se non c’è una volontà precisa di Dio, se uno può rispondere alle esigenze della carità, manifestate con una preghiera fatta anch’essa nella carità – ed è fatta nella carità quando si lascia all’altro tutta intera la libertà di poter decidere secondo la volontà di Dio – è giusto, anzi è cosa santa che vi risponda e lo faccia con tutta la carità di Cristo che vive ed opera in lui.

La generazione spirituale. La generazione spirituale è nel dono della fede, della grazia, della verità, della Parola, del Vangelo, dell’esortazione, della chiamata a servire il Signore sulla via della verità e della giustizia.

È vera generazione perché si dona all’altro una nuova vita e questa vita è la vita di Dio in noi.

Questa vita avviene per nascita da acqua e da Spirito Santo. Ma chi ha operato perché questo potesse avvenire, chi in questo è stato strumento di Dio, partecipa anche lui della generazione spirituale.

Altra cosa assai importante da dire circa la generazione spirituale è questa: l’altro deve essere generato da noi alla vita della fede anche attraverso il dono della nostra vita spirituale a lui e questo dono avviene facendo della nostra vita un sacrificio in Cristo, perché molti altri vengano generati alla fede.

La generazione spirituale in questo senso non è solo opera esterna, cioè mediazione strumentale; è opera interna, perché diviene dono della propria vita per la redenzione dell’altro. In questo senso si partecipa della generazione di Dio, di Cristo e dello Spirito Santo. È questa la vera paternità spirituale.

L’identificazione con l’altro. La carità è unitiva, perché è identificativa. Pur rimanendo distinte le persone che vivono la carità, la carità fa sì che esse “siano una cosa sola”, non nella natura o sostanza: questa rimane nella sua propria identità e personalità, ma nel dono.

Di questo si è già parlato quando si è tratteggiato il modo divino di vivere la carità: dono totale di vita che dona vita, che fa l’altro vita. Se la nostra carità non fa l’altro vita, che vita comunica la nostra carità?

Identificarsi con l’altro nella carità ha un solo significato: l’altro deve essere visto, considerato, trattato, amato, servito come la nostra stessa vita. Nessuna differenza tra la nostra vita e la sua vita.

È una sola vita. Se è una sola vita, è giusto che sia la mia vita a dare vita alla sua vita che in quel momento è carente di vita. Quando c’è una carenza di vita e attraverso la mia vita l’altro non riceve vita, non diviene vita umana, vita vera, vita secondo Dio, la mia carità è carente, perché incapace di dare vita all’altro.

Il cristianesimo è questa potenza di vita, di dare vita dove c’è carenza di vita. Questo vale per l’anima, per lo spirito, per il corpo. Il cristianesimo dona la vita totale. Ridursi ad aiutare qualcuno per il corpo, non è dono di vita totale, non è pienezza di cristianesimo.

Su questo principio molte sono le lacune, gli errori, le incongruenze. Quando questo accade è segno che il principio dell’identificazione non è chiaro al nostro spirito. Se fosse chiaro, sapremmo che è la nostra vita che deve fare vivere l’altro, che è dalla nostra vita che l’altro riceve la vita.

Qual è la nostra vita? Se è una vita innestata pienamente in Cristo, l’altro riceverà la vita di Cristo come dono. Se la nostra vita non è innestata in Cristo, l’altro riceverà quello che noi siamo. Vita da vita: questa è la legge dell’identificazione.

Questo ci deve condurre all’affermazione di un altro principio: chi vuole dare la vita di Cristo al mondo, mai la potrà dare se lui stesso non è divenuto vita di Cristo. Vale anche il principio contrario: chi non diviene vita di Cristo, mai darà la vita di Cristo agli altri.

Oggi si dona poca vita di Cristo. Questo manifesta che poca vita di Cristo è in noi. Noi non siamo identificati con Cristo, non possiamo operare perché altri si identifichino con Lui attraverso la nostra vita. È questa la generazione spirituale di cui si è accennato sopra.

La non costrizione o spontaneità nel bene da fare. Con questo tema si entra nell’essenza del mistero dell’uomo, ma anche nell’essenza del mistero dell’Incarnazione.

L’uomo è da salvare. Il Padre comunica la sua volontà di amore al Figlio. Poiché il Figlio vive tutto di amore per il Padre, accoglie la volontà del Padre, liberamente, per amore.

La libertà è l’essenza dell’amore. Senza libertà nessun amore potrà mai esistere, nessuna carità. Il Figlio diviene carne, si fa uomo nel seno della Vergine Maria. Poiché perfetto, vero uomo, oltre che di volontà divina, propria del Figlio Eterno, della Persona divina del Verbo, ha anche la volontà umana, propria del vero uomo, assunto con l’incarnazione. La Persona in Cristo è una. Le nature sono due, come due sono le volontà. La volontà del Vero Dio, la volontà del Vero Uomo.

Cristo Gesù dona la sua volontà umana al Padre, pienamente, tutta, allo stesso modo che ha dato la sua volontà divina.

Per questo dono di volontà, che si chiama obbedienza, avviene la redenzione dell’uomo. L’uomo viene introdotto nel mistero della carità divina, perché faccia della sua vita un dono di amore al Padre, nello Spirito Santo.

Non c’è amore cristiano se non nel rispetto del dono libero della volontà che l’altro fa al Signore. È questo il motivo per cui in ogni manifestazione delle esigenze della carità, deve sempre apparire, essere manifesto il dono libero della volontà.

L’altro fa sua la volontà di Dio che è quella di amare sempre, in ogni situazione e attraverso il dono della sua volontà, nella libertà, senza costrizione, spontaneamente, avviene l’opera della salvezza, della redenzione, della santificazione dell’uomo.

Anche questa verità deve essere acquisita, deve divenire stile di vita, forma ed essenza dell’amore, della carità. Se questo non avviene, non c’è carità, non c’è amore, non si opera per la redenzione del mondo. Si fa un’opera umana e basta.

La fratellanza cristiana. C’è la fratellanza di sangue, c’è la fratellanza di spirito. La prima è secondo la carne. La seconda è secondo lo spirito.

La seconda è vera fratellanza, il cui sangue è il sangue di Cristo. Un solo sangue scorre nello spirito dei cristiani e questo sangue è quello di Cristo Gesù.

Un solo sangue dice che c’è una stessa vita, non due vite differenti, ma un sola vita, che è governata da una sola legge. La legge è quella che regola la propria vita. Cristo Gesù mirabilmente la riassume in quella che è detta la regola d’oro: “Tutto ciò che voi volete che gli uomini facciano a voi, voi fatelo loro. È questa la legge e i profeti”.

Il bene che uno vuole per se stesso, da se stesso e dagli altri deve operarlo lui per gli altri. Allo stesso modo, senza alcuna differenza.

La fratellanza cristiana insegna che l’altro è me stesso. Se è me stesso, deve esserci un solo amore, una sola carità, una sola vita. Non possono esserci due amori, due carità, due vite. Sarebbe questa una contraddizione, anzi sarebbe la negazione della fratellanza cristiana.

La legge della fratellanza cristiana non trova però il suo principio operativo nel cristiano, ma in Cristo.

È Cristo che ci fa suoi fratelli, ma facendoci suoi fratelli, ci fa se stesso. Chi è Cristo Gesù? È colui che è disceso dal cielo per redimere ogni uomo, nessuno escluso.

Ogni uomo è suo fratello. A lui deve consegnare la sua vita per la sua redenzione e salvezza. Gesù realmente ha consegnato la vita sulla croce.

Il cristiano, volendo vivere la fratellanza di Cristo a favore di ogni uomo, deve anche lui, in Cristo, con Cristo, per Cristo, consegnare la sua vita per la salvezza di ogni suo fratello.

Cristo Gesù, facendolo suo corpo, gli ha anche dato la sua fratellanza. Questo spiega perché non c’è amore diverso: uno per chi è cristiano e uno per chi non è cristiano.

L’espiazione vicaria. È questa la legge della fratellanza: uno può pagare il debito dell’altro, sia spirituale che materiale e pagarlo come proprio debito.

Dio facendosi uomo paga il debito dell’uomo, lo paga come se fosse suo proprio debito, la paga però il Vero Dio nel Vero Uomo, lo paga da Vero Uomo nel Vero Dio.

Questo è il mistero della salvezza, della redenzione.

Il cristiano, avendo acquisito in Cristo, la sua stessa fratellanza, partecipando della natura divina, essendo vero corpo di Cristo, anche lui può compiere l’espiazione vicaria, anche lui può espiare, sempre in Cristo, con Cristo, per Cristo, il peccato dei fratelli.

Lo può fare ad una condizione: che viva pienamente inserito in Cristo, che si lasci muovere dalla sua carità, che compia tutta l’obbedienza di Cristo nella sua vita, che si lasci condurre dallo Spirito Santo sulla via del compimento della volontà del Padre.

Se la sua vita diviene una vita consacrata a Dio, donata a Cristo, condotta dallo Spirito Santo, in una crescita sempre più grande in sapienza e grazia, se in lui regna la vera carità di Cristo, egli da Cristo viene associato al mistero dell’espiazione vicaria. Anche lui può offrire la sua vita per il riscatto di molti.

Ma sempre quando si vive la carità di Cristo, nella forma di Cristo, cioè di piena obbedienza a Dio, si diviene datori di vita in questo mondo.

La docilità del cuore dinanzi al bene. Il bene da fare è il compimento della volontà di Dio nella nostra vita. Il bene prima si discerne, poi si compie; si discerne per compierlo, ma anche per non compierlo, se esso, pur essendo bene in sé, non è il bene che Dio vuole che noi compiamo.

Il cuore deve essere docile dinanzi al bene da compiere. È docile se è senza resistenza alcuna. È senza resistenza se da esso viene tolto il peccato, non solo quello mortale, ma anche quello veniale.

Generalmente ai peccati veniali non si dà molto peso, invece sono essi che rendono il cuore lento al bene, a volte anche gli impediscono di compierlo secondo la sua interiore ed esteriore verità; altre volte glielo fanno compiere male, altre volte non lo si compie per niente proprio a causa di questi peccati che noi riteniamo siano senza significato, senza importanza per la nostra vita spirituale.

Il peccato veniale è il più grande alleato del male, perché esso non consente che si compia tutto il bene, o se si compie il bene, essi fanno sì che lo si compia male, molto male.

Chi vuole avere un cuore docile al bene, a tutto il bene, solo per il bene deve impegnarsi con ogni mezzo a togliere da esso anche il più piccolo dei peccati. Finché questo non avverrà, ci sarà sempre un ostacolo a che tutto il bene venga compiuto.

Non solo il peccato è un ostacolo al bene. Esso neanche consente che si possa vedere il bene. Si manca della luce divina necessaria perché il bene si veda e si compia in tutto il suo splendore di carità.

L’amore prima e dopo tutto. L’amore cristiano non solo deve essere prima di tutto e dopo tutto, ma anche deve essere al di là di ogni schema, di ogni ministero, di ogni carisma. L’amore è il fine della vita di un uomo, perché l’amore è la realizzazione della sua essenza. Ogni altra cosa deve essere vista, considerata come un aiuto, uno strumento, un sacramento, una grazia, perché tutto il bene sia fatto e solo il bene. Niente deve ostacolare la realizzazione in noi della carità. Ogni legge che è data è perché una più grande carità sia vissuta da tutti.

Paolo, Apostolo di Gesù Cristo, è il maestro che insegna ad ogni uomo come amare. Il modello per lui è uno solo: Cristo Crocifisso che si offre al Padre per la redenzione dell’umanità. L’amore è cristiano quando è offerta della nostra vita al Padre perché altra vita sia da Lui creata, generata sulla terra, nel cuore degli uomini.

Questa Lettera a Filemone ci insegna fin dove è capace di arrivare l’amore crocifisso di Cristo in un uomo: a presentare l’altro come se stesso, perché l’altro lo serva come serve se stesso, lo ami come ama se stesso e uno ama se stesso cristianamente, solo se dona la sua vita a Dio in sacrificio, in oblazione, in olocausto per la salvezza del mondo.

In questa Lettera Paolo porta la legge della Carità Crocifissa di Cristo in un mondo in cui per altri sarebbe stato impossibile concepire solo il pensiero che ciò sarebbe stato fattibile: nel mondo della schiavitù, si intende, non nel mondo degli schiavi, ma nel mondo di coloro che facevano schiavi i loro fratelli, in un mondo che è tutto l’opposto del cristianesimo.

Questo ci deve insegnare che non c’è un mondo dove diviene impossibile portare la legge della Carità crocifissa di Cristo. Basta che uno vi creda, basta che uno viva questa legge e nessuna porta resterà per sempre chiusa.

La fede nella carità crocifissa di Cristo apre ogni porta dell’egoismo umano.

Questa è la certezza che Paolo ci annunzia, ci evangelizza. Su questa certezza ognuno può iniziare a lavorare perché nessun mondo sia privato della legge della Carità di Cristo.

La vergine Maria, Madre della Redenzione, aiuti ogni discepolo del suo Figlio Gesù a credere in questa legge, a viverla interamente, ad annunziarla ad ogni uomo.

È questa l’unica legge che sarà capace di portare vita in questo mondo di tenebre e di caligine.

Alla Beata ed Eterna Trinità ogni gloria per ogni pensiero secondo il cuore di Cristo che è stato scritto in queste pagine (22.10.2003).

 

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