Trovare i principi che rendono
sempre attuale ciò che è stato scritto per un tempo, in una situazione,
o condizione particolare, non sempre è facile. Se non ci si vuole
soffermare alla lettera che uccide, è di obbligo andare ai principi,
perché i principi sono “lo spirito” che vivifica la lettera e le dona un
valore perenne, che non tramonta mai.
Cosa rende sempre attuale questa
Lettera, oltre che è Parola di Dio, quindi verità rivelata per la
salvezza di chiunque crede? Ma anche la verità rivelata, può essere
santamente e rettamente compresa senza i principi o “lo spirito” che la
vivifica?
In questa Lettera alcune
fondamentali, basilari verità devono essere considerate “spirito che
vivifica”, quindi con valore eterno, che va ben oltre le contingenze e
le circostanze particolari della storia. Questa verità sono: La carità,
la conoscenza del bene che si fa, la piena libertà di comando, la
preghiera fatta nella carità, la generazione spirituale,
l’identificazione con l’altro, la non costrizione o spontaneità nel bene
da fare, la fratellanza cristiana, l’espiazione vicaria, la docilità del
cuore dinanzi al bene.
La carità.
Dio è carità. Ogni carità si attinge in Dio. Ogni carità
di chiede a Dio. Si chiede e si attinge. Si chiede, si attinge, si vive
in una continuità che non può conoscere sosta. La carità in Dio oltre
che essenza e natura divina. È il dono che il Padre fa della vita al
Figlio. Nell’eternità, senza principio e senza inizio, da sempre, Dio
dona la vita al Figlio, generandolo. Questa è la carità del Padre. Il
Figlio dona la vita al Padre. Questa è la carità del Figlio.
Questa carità eterna che dal Padre
si riversa tutta nel Figlio e dal Figlio tutta nel Padre è lo Spirito
Santo: la terza Persona in Dio. Lo Spirito Santo, Persona divina, è la
Carità del Padre e del Figlio. Questo è il mistero dei misteri, che
neanche nell’eternità, quando vedremo Dio faccia a faccia, potremo
capire nella sua essenza. Però è giusto sapere che il mistero, l’essenza
eterna di Dio, è carità e questa carità delle Persone si vive nell’unità
di una sola natura divina.
La carità di Dio è il dono per
creazione della vita all’uomo. Questi è creato dalla carità di Dio. Non
è dalla natura di Dio, né per generazione, né per emanazione, è da Dio,
ma per creazione dal nulla.
Con il peccato, la carità di Dio
si fa dono all’uomo della sua stessa vita. Dio non solo dona la vita
all’uomo. Gli dona la sua stessa vita e gliela dona in due modi: morendo
per lui sulla croce; rendendolo partecipe della sua natura divina. Gli
dona la vita del Figlio per redimerlo. Gli dona la vita dello Spirito
Santo per inserirlo in questo mistero eterno di carità che è Dio.
Con la redenzione la carità si
specifica e si caratterizza nella sua essenza più pura: dono della
propria vita a Dio, perché Dio ne faccia un dono di salvezza per i
fratelli. Questa caratterizzazione della carità ci insegna che il dono
della vita non è fatto direttamente all’uomo, ma a Dio. È a Dio che la
vita si dona e la si dona a Dio accogliendo su di noi la sua divina
volontà, conservando la nostra vita sempre nella divina volontà.
La volontà di Dio che risplende su
di noi fa sì che tutta la nostra vita diventi un dono per i fratelli.
Amiamo Dio, doniamo la vita a Lui. Sarà a Lui a indicarci di volta in
volta come offrire la vita ai fratelli per la loro salvezza.
Filemone ama. La sua carità è
nota. Egli dona la vita ai fratelli, facendo tutto il bene che Dio gli
chiede come cristiano.
Qual è il bene che Dio chiede al
cristiano? È quello che ha chiesto Cristo: ”Come io ho amato voi, così
voi amatevi gli uni gli altri”. Come ci ha amato Cristo? Offrendo la sua
volontà al Padre perché facesse della sua vita un dono di salvezza per
il mondo intero.
Come potrà amare il cristiano
secondo Dio? Solo alla maniera di Cristo: offrendo la sua vita a Dio
perché il Padre, secondo la sua volontà, ne faccia un dono di redenzione
e di salvezza per il mondo intero.
La carità cristiana deve essere
sempre rivestita di dimensione trascendente, soprannaturale. Deve essere
pura e solo obbedienza a Dio per amare incondizionatamente.
La carità cristiana mai dovrà
essere puro umanesimo, pura filantropia. Mancherebbe del dono totale
della nostra vita. Sarebbe un fare qualcosa per gli altri, ma non il
dare tutta la vita agli altri. Ma anche se si desse tutta la vita agli
altri, sarebbe nella nostra volontà, non nella volontà di Dio. Amare
secondo la volontà dell’uomo e amare secondo la volontà di Dio non è la
stessa cosa.
La conoscenza del bene che si
fa. È regola evangelica che “la destra non
sappia ciò che fa la sinistra”, in materia di bene operato. Questa norma
vale per l’autore del bene. Non vale per colui che il bene ha ricevuto.
Per chi fa il bene e per chi lo
riceve vale l’altra regola, donataci anch’essa di Gesù Signore: “Vedano
le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli”.
Fatto il bene, la sua notizia si diffonde come i raggi del sole al suo
sorgere. Come i raggi del sole danno luce agli occhi e calore a tutto il
corpo, così è del bene che si fa.
Il bene fatto infonde speranza,
libera dall’angoscia, crea vera comunione. Il bene fatto è vera luce che
inonda i cuori. Il bene fatto cristianamente rende testimonianza a
Cristo e opera anche conversione e salvezza.
Il bene fatto diventa anche
stimolo, esempio perché altro bene venga fatto da altri, perché nessuno
si chiuda in se stesso, perché tutti facciano a gara per amare di più,
meglio, santamente, secondo il cuore di Cristo e di Dio, nello Spirito
Santo. Il bene fatto rende testimonianza alla persona. Chi fa il bene
secondo Cristo attesta al mondo intero che la sua fede è vera, non è
parola vuota. Il bene fatto deve essere stile di vita di ogni comunità
cristiana. Il bene da fare però non lo determina la comunità, lo
stabilisce il Signore per ogni singola persona.
Si è già detto che la carità
cristiana è il dono della nostra vita a Dio perché ne faccia uno
strumento di amore. Se la vita è donata a Dio, non può essere donata
alla comunità, anche se la comunità è di Dio, è la Sua Vigna, il Suo
Gregge.
Mai la comunità può stabilire il
bene da fare per le singole persone. Può, chi ha la responsabilità della
comunità, manifestare le esigenze del bene, poi sarà liberamente la
singola persona a decidere cosa può fare, cosa non può fare, secondo che
Dio glielo comanda, o non glielo comanda. Mai ci dobbiamo dimenticare
della dimensione trascendente, soprannaturale della carità cristiana.
La piena libertà di comando.
Questa dimensione trascendente della carità
Paolo la insegna a Filemone.
Paolo può dire a Filemone cosa
deve fare, cosa non deve fare. Glielo può dire perché Lui, Paolo, sa
quel è la volontà di Dio. La sa perché il Signore, con il quale vive in
intima comunione, glielo rivela di volta in volta. Pur potendo comandare
il bene, si astiene dal farlo, perché? Si astiene, perché è proprio del
ministero di Cristo insegnare la via della verità, non quella della
volontà di Dio.
Se Paolo avesse anche sempre e
comunque manifestato la volontà di Dio per ogni persona, ogni altro
ministro di Cristo avrebbe potuto “arrogarsi” questo diritto non solo di
conoscere la volontà di Dio, ma anche di imporla agli altri come volontà
di Dio. Questo mai deve avvenire, perché il ministro di Cristo, non è
ministro della volontà di Dio, bensì della verità di Dio. Lui deve
insegnare la verità di Dio e la verità di Dio è la Sua carità. Una volta
che ha manifestato, insegnandola, la carità di Dio, è la persona che si
deve mettere dinanzi al Signore e chiedere come percorrere concretamente
la via di verità tracciata dal suo ministro.
Ognuno che ha dato la volontà a
Dio, in ogni istante deve chiedere a Dio che lo guidi sulla via della
sua volontà in ogni più piccola manifestazione della sua vita. Così
agendo, Paolo ci insegna una delle verità fondamentali del nostro
cristianesimo: Signore dell’uomo, di ogni uomo, è Dio, solo Lui, per
ogni istante della sua vita. Mai un uomo può avere una volontà su un
altro uomo. Sarebbe questo un proclamarsi Signore dell’altro.
In sintesi: la piena libertà di
comando è solo per Paolo, è solo per i profeti, è solo per coloro ai
quali Dio direttamente ha manifestato la sua volontà.
Ma anche costoro, devono riferire
la volontà di Dio, lasciando libera la volontà dell’uomo, perché si
metta in preghiera e chieda a Dio: o la forza di obbedire, o
l’intelligenza per capire, o una più grande carità per amare secondo la
sua divina volontà manifestata.
La preghiera fatta nella
carità. La comunità del Signore non vive
avulsa dalla storia, dal tempo, dal luogo. È in un tempo, in un luogo,
in una storia che si vive la volontà di Dio.
In questo spazio circoscritto
possono sorgere motivi gravi per amare. Cosa fare, se non possiamo
stabilire noi chi deve amare, come e dove deve amare?
Possiamo risolvere il problema in
un solo modo: manifestando le reali esigenze dell’amore, in modo
personale, in modo comunitario.
È questa la preghiera fatta nella
carità. Si chiede, per amore, agli altri, che si dispongano ad amare. Lo
si chiede in nome della carità di Cristo Gesù.
Chi è interpellato dalla carità,
alla carità è obbligato in coscienza a rispondere, a meno che non ci sia
per lui una volontà precisa, puntuale del Signore, che lo chiama a fare
altre cose.
Se non c’è una volontà precisa di
Dio, se uno può rispondere alle esigenze della carità, manifestate con
una preghiera fatta anch’essa nella carità – ed è fatta nella carità
quando si lascia all’altro tutta intera la libertà di poter decidere
secondo la volontà di Dio – è giusto, anzi è cosa santa che vi risponda
e lo faccia con tutta la carità di Cristo che vive ed opera in lui.
La generazione spirituale.
La generazione spirituale è nel dono della
fede, della grazia, della verità, della Parola, del Vangelo,
dell’esortazione, della chiamata a servire il Signore sulla via della
verità e della giustizia.
È vera generazione perché si dona
all’altro una nuova vita e questa vita è la vita di Dio in noi.
Questa vita avviene per nascita da
acqua e da Spirito Santo. Ma chi ha operato perché questo potesse
avvenire, chi in questo è stato strumento di Dio, partecipa anche lui
della generazione spirituale.
Altra cosa assai importante da
dire circa la generazione spirituale è questa: l’altro deve essere
generato da noi alla vita della fede anche attraverso il dono della
nostra vita spirituale a lui e questo dono avviene facendo della nostra
vita un sacrificio in Cristo, perché molti altri vengano generati alla
fede.
La generazione spirituale in
questo senso non è solo opera esterna, cioè mediazione strumentale; è
opera interna, perché diviene dono della propria vita per la redenzione
dell’altro. In questo senso si partecipa della generazione di Dio, di
Cristo e dello Spirito Santo. È questa la vera paternità spirituale.
L’identificazione con l’altro.
La carità è unitiva, perché è identificativa.
Pur rimanendo distinte le persone che vivono la carità, la carità fa sì
che esse “siano una cosa sola”, non nella natura o sostanza: questa
rimane nella sua propria identità e personalità, ma nel dono.
Di questo si è già parlato quando
si è tratteggiato il modo divino di vivere la carità: dono totale di
vita che dona vita, che fa l’altro vita. Se la nostra carità non fa
l’altro vita, che vita comunica la nostra carità?
Identificarsi con l’altro nella
carità ha un solo significato: l’altro deve essere visto, considerato,
trattato, amato, servito come la nostra stessa vita. Nessuna differenza
tra la nostra vita e la sua vita.
È una sola vita. Se è una sola
vita, è giusto che sia la mia vita a dare vita alla sua vita che in quel
momento è carente di vita. Quando c’è una carenza di vita e attraverso
la mia vita l’altro non riceve vita, non diviene vita umana, vita vera,
vita secondo Dio, la mia carità è carente, perché incapace di dare vita
all’altro.
Il cristianesimo è questa potenza
di vita, di dare vita dove c’è carenza di vita. Questo vale per l’anima,
per lo spirito, per il corpo. Il cristianesimo dona la vita totale.
Ridursi ad aiutare qualcuno per il corpo, non è dono di vita totale, non
è pienezza di cristianesimo.
Su questo principio molte sono le
lacune, gli errori, le incongruenze. Quando questo accade è segno che il
principio dell’identificazione non è chiaro al nostro spirito. Se fosse
chiaro, sapremmo che è la nostra vita che deve fare vivere l’altro, che
è dalla nostra vita che l’altro riceve la vita.
Qual è la nostra vita? Se è una
vita innestata pienamente in Cristo, l’altro riceverà la vita di Cristo
come dono. Se la nostra vita non è innestata in Cristo, l’altro riceverà
quello che noi siamo. Vita da vita: questa è la legge
dell’identificazione.
Questo ci deve condurre
all’affermazione di un altro principio: chi vuole dare la vita di Cristo
al mondo, mai la potrà dare se lui stesso non è divenuto vita di Cristo.
Vale anche il principio contrario: chi non diviene vita di Cristo, mai
darà la vita di Cristo agli altri.
Oggi si dona poca vita di Cristo.
Questo manifesta che poca vita di Cristo è in noi. Noi non siamo
identificati con Cristo, non possiamo operare perché altri si
identifichino con Lui attraverso la nostra vita. È questa la generazione
spirituale di cui si è accennato sopra.
La non costrizione o
spontaneità nel bene da fare. Con questo tema
si entra nell’essenza del mistero dell’uomo, ma anche nell’essenza del
mistero dell’Incarnazione.
L’uomo è da salvare. Il Padre
comunica la sua volontà di amore al Figlio. Poiché il Figlio vive tutto
di amore per il Padre, accoglie la volontà del Padre, liberamente, per
amore.
La libertà è l’essenza dell’amore.
Senza libertà nessun amore potrà mai esistere, nessuna carità. Il Figlio
diviene carne, si fa uomo nel seno della Vergine Maria. Poiché perfetto,
vero uomo, oltre che di volontà divina, propria del Figlio Eterno, della
Persona divina del Verbo, ha anche la volontà umana, propria del vero
uomo, assunto con l’incarnazione. La Persona in Cristo è una. Le nature
sono due, come due sono le volontà. La volontà del Vero Dio, la volontà
del Vero Uomo.
Cristo Gesù dona la sua volontà
umana al Padre, pienamente, tutta, allo stesso modo che ha dato la sua
volontà divina.
Per questo dono di volontà, che si
chiama obbedienza, avviene la redenzione dell’uomo. L’uomo viene
introdotto nel mistero della carità divina, perché faccia della sua vita
un dono di amore al Padre, nello Spirito Santo.
Non c’è amore cristiano se non nel
rispetto del dono libero della volontà che l’altro fa al Signore. È
questo il motivo per cui in ogni manifestazione delle esigenze della
carità, deve sempre apparire, essere manifesto il dono libero della
volontà.
L’altro fa sua la volontà di Dio
che è quella di amare sempre, in ogni situazione e attraverso il dono
della sua volontà, nella libertà, senza costrizione, spontaneamente,
avviene l’opera della salvezza, della redenzione, della santificazione
dell’uomo.
Anche questa verità deve essere
acquisita, deve divenire stile di vita, forma ed essenza dell’amore,
della carità. Se questo non avviene, non c’è carità, non c’è amore, non
si opera per la redenzione del mondo. Si fa un’opera umana e basta.
La fratellanza cristiana.
C’è la fratellanza di sangue, c’è la
fratellanza di spirito. La prima è secondo la carne. La seconda è
secondo lo spirito.
La seconda è vera fratellanza, il
cui sangue è il sangue di Cristo. Un solo sangue scorre nello spirito
dei cristiani e questo sangue è quello di Cristo Gesù.
Un solo sangue dice che c’è una
stessa vita, non due vite differenti, ma un sola vita, che è governata
da una sola legge. La legge è quella che regola la propria vita. Cristo
Gesù mirabilmente la riassume in quella che è detta la regola d’oro:
“Tutto ciò che voi volete che gli uomini facciano a voi, voi fatelo
loro. È questa la legge e i profeti”.
Il bene che uno vuole per se
stesso, da se stesso e dagli altri deve operarlo lui per gli altri. Allo
stesso modo, senza alcuna differenza.
La fratellanza cristiana insegna
che l’altro è me stesso. Se è me stesso, deve esserci un solo amore, una
sola carità, una sola vita. Non possono esserci due amori, due carità,
due vite. Sarebbe questa una contraddizione, anzi sarebbe la negazione
della fratellanza cristiana.
La legge della fratellanza
cristiana non trova però il suo principio operativo nel cristiano, ma in
Cristo.
È Cristo che ci fa suoi fratelli,
ma facendoci suoi fratelli, ci fa se stesso. Chi è Cristo Gesù? È colui
che è disceso dal cielo per redimere ogni uomo, nessuno escluso.
Ogni uomo è suo fratello. A lui
deve consegnare la sua vita per la sua redenzione e salvezza. Gesù
realmente ha consegnato la vita sulla croce.
Il cristiano, volendo vivere la
fratellanza di Cristo a favore di ogni uomo, deve anche lui, in Cristo,
con Cristo, per Cristo, consegnare la sua vita per la salvezza di ogni
suo fratello.
Cristo Gesù, facendolo suo corpo,
gli ha anche dato la sua fratellanza. Questo spiega perché non c’è amore
diverso: uno per chi è cristiano e uno per chi non è cristiano.
L’espiazione vicaria.
È questa la legge della fratellanza: uno può pagare
il debito dell’altro, sia spirituale che materiale e pagarlo come
proprio debito.
Dio facendosi uomo paga il debito
dell’uomo, lo paga come se fosse suo proprio debito, la paga però il
Vero Dio nel Vero Uomo, lo paga da Vero Uomo nel Vero Dio.
Questo è il mistero della
salvezza, della redenzione.
Il cristiano, avendo acquisito in
Cristo, la sua stessa fratellanza, partecipando della natura divina,
essendo vero corpo di Cristo, anche lui può compiere l’espiazione
vicaria, anche lui può espiare, sempre in Cristo, con Cristo, per
Cristo, il peccato dei fratelli.
Lo può fare ad una condizione: che
viva pienamente inserito in Cristo, che si lasci muovere dalla sua
carità, che compia tutta l’obbedienza di Cristo nella sua vita, che si
lasci condurre dallo Spirito Santo sulla via del compimento della
volontà del Padre.
Se la sua vita diviene una vita
consacrata a Dio, donata a Cristo, condotta dallo Spirito Santo, in una
crescita sempre più grande in sapienza e grazia, se in lui regna la vera
carità di Cristo, egli da Cristo viene associato al mistero
dell’espiazione vicaria. Anche lui può offrire la sua vita per il
riscatto di molti.
Ma sempre quando si vive la carità
di Cristo, nella forma di Cristo, cioè di piena obbedienza a Dio, si
diviene datori di vita in questo mondo.
La docilità del cuore dinanzi
al bene. Il bene da fare è il compimento della
volontà di Dio nella nostra vita. Il bene prima si discerne, poi si
compie; si discerne per compierlo, ma anche per non compierlo, se esso,
pur essendo bene in sé, non è il bene che Dio vuole che noi compiamo.
Il cuore deve essere docile
dinanzi al bene da compiere. È docile se è senza resistenza alcuna. È
senza resistenza se da esso viene tolto il peccato, non solo quello
mortale, ma anche quello veniale.
Generalmente ai peccati veniali
non si dà molto peso, invece sono essi che rendono il cuore lento al
bene, a volte anche gli impediscono di compierlo secondo la sua
interiore ed esteriore verità; altre volte glielo fanno compiere male,
altre volte non lo si compie per niente proprio a causa di questi
peccati che noi riteniamo siano senza significato, senza importanza per
la nostra vita spirituale.
Il peccato veniale è il più grande
alleato del male, perché esso non consente che si compia tutto il bene,
o se si compie il bene, essi fanno sì che lo si compia male, molto male.
Chi vuole avere un cuore docile al
bene, a tutto il bene, solo per il bene deve impegnarsi con ogni mezzo a
togliere da esso anche il più piccolo dei peccati. Finché questo non
avverrà, ci sarà sempre un ostacolo a che tutto il bene venga compiuto.
Non solo il peccato è un ostacolo
al bene. Esso neanche consente che si possa vedere il bene. Si manca
della luce divina necessaria perché il bene si veda e si compia in tutto
il suo splendore di carità.
L’amore prima e dopo tutto.
L’amore cristiano non solo deve essere prima di tutto e dopo tutto, ma
anche deve essere al di là di ogni schema, di ogni ministero, di ogni
carisma. L’amore è il fine della vita di un uomo, perché l’amore è la
realizzazione della sua essenza. Ogni altra cosa deve essere vista,
considerata come un aiuto, uno strumento, un sacramento, una grazia,
perché tutto il bene sia fatto e solo il bene. Niente deve ostacolare la
realizzazione in noi della carità. Ogni legge che è data è perché una
più grande carità sia vissuta da tutti.
Paolo, Apostolo di Gesù Cristo, è
il maestro che insegna ad ogni uomo come amare. Il modello per lui è uno
solo: Cristo Crocifisso che si offre al Padre per la redenzione
dell’umanità. L’amore è cristiano quando è offerta della nostra vita al
Padre perché altra vita sia da Lui creata, generata sulla terra, nel
cuore degli uomini.
Questa Lettera a Filemone ci
insegna fin dove è capace di arrivare l’amore crocifisso di Cristo in un
uomo: a presentare l’altro come se stesso, perché l’altro lo serva come
serve se stesso, lo ami come ama se stesso e uno ama se stesso
cristianamente, solo se dona la sua vita a Dio in sacrificio, in
oblazione, in olocausto per la salvezza del mondo.
In questa Lettera Paolo porta la
legge della Carità Crocifissa di Cristo in un mondo in cui per altri
sarebbe stato impossibile concepire solo il pensiero che ciò sarebbe
stato fattibile: nel mondo della schiavitù, si intende, non nel mondo
degli schiavi, ma nel mondo di coloro che facevano schiavi i loro
fratelli, in un mondo che è tutto l’opposto del cristianesimo.
Questo ci deve insegnare che non
c’è un mondo dove diviene impossibile portare la legge della Carità
crocifissa di Cristo. Basta che uno vi creda, basta che uno viva questa
legge e nessuna porta resterà per sempre chiusa.
La fede nella carità crocifissa di
Cristo apre ogni porta dell’egoismo umano.
Questa è la certezza che Paolo ci
annunzia, ci evangelizza. Su questa certezza ognuno può iniziare a
lavorare perché nessun mondo sia privato della legge della Carità di
Cristo.
La vergine Maria, Madre della
Redenzione, aiuti ogni discepolo del suo Figlio Gesù a credere in questa
legge, a viverla interamente, ad annunziarla ad ogni uomo.
È questa l’unica legge che sarà
capace di portare vita in questo mondo di tenebre e di caligine.
Alla Beata ed Eterna Trinità ogni
gloria per ogni pensiero secondo il cuore di Cristo che è stato scritto
in queste pagine (22.10.2003).
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