[1]Paolo, prigioniero di Cristo
Gesù, e il fratello Timòteo al nostro caro collaboratore Filèmone,
Chi scrive la lettera è Paolo e il
fratello Timoteo.
Paolo si definisce prigioniero di
Cristo Gesù.
Bisogna dare a questa espressione
una duplice connotazione: prigioniero a causa della fede in Cristo Gesù.
Ma anche: prigioniero dell’amore
di Cristo Gesù.
Il carcere di Paolo è un carcere
spirituale, è il carcere dell’amore di Cristo. Da questo amore egli si è
lasciato imprigionare ed egli vive solo per questo amore e di questo
amore.
In questo amore egli consuma la
sua vita. Egli è sorretto da questo amore e senza questo amore
morirebbe.
Chi ha conosciuto l’amore vero di
Cristo e da questo amore si è lasciato conquistare, incarcerare,
imprigionare, senza questo amore è come se fosse avvolto dalla morte, è
come se si trovasse già nelle tenebre dell’inferno.
È l’inferno già su questa terra
per tutti coloro che hanno conosciuto il vero amore di Cristo Gesù e poi
lo hanno abbandonato.
Timoteo per Paolo è un vero
fratello.
Il fratello è uno che condivide la
stessa vita ed è legato da un legame di sangue.
Il sangue che lega Paolo a Timoteo
è spirituale, è il sangue di Cristo, è la verità evangelica, è la carità
del pastore che è una e la stessa in Paolo e in Timoteo.
Paolo ama con il cuore di Cristo e
di Timoteo. Ama con il sangue di Cristo e di Timoteo. Ma anche Timoteo
ama con il sangue di Paolo e di Cristo. Ama con il cuore di Paolo e di
Cristo. Un solo cuore, un solo amore, un solo sangue, una sola opera di
salvezza.
È questa la vera fratellanza che
dobbiamo costruire, edificare nella Chiesa di Dio.
È però una fratellanza assai
difficile da costruire. Perché la si possa edificare è necessario che il
cuore di Cristo, il suo amore, la sua verità, la sua carità sia in tutti
i cuori. C’è un solo sangue che deve divenire la nostra vita, che deve
scorrere in noi e questo sangue è quello di Cristo Gesù.
Questo sangue scorre quando c’è la
sua verità in noi assieme alla sua carità.
È questo unico e solo sangue che
ci fa fratelli gli uni degli altri, ci fa vivere gli uni per gli altri,
ma anche ci fa vivere gli uni negli altri.
La lettera è scritta
al nostro caro collaboratore Filèmone.
Filèmone è per Paolo e Timoteo un
caro collaboratore.
Di lui non si conosce nessuna
altra notizia, se non quelle contenute in questa lettera.
Filèmone è caro, perché prezioso.
È prezioso perché insieme a Paolo e Timoteo è impegnato nella diffusione
del Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo.
La collaborazione per Paolo è una
sola: è collaborazione non con Paolo, non con Timoteo, è prima di tutto
collaborazione con Cristo.
La missione è di Cristo. Cristo
l’ha consegnata agli Apostoli. Sono loro che devono farla continuare
sino alla consumazione dei secoli.
La missione è una. Di questa
missione tutti sono collaboratori. Collaborano cioè con Cristo perché
essa sia svolta secondo verità, santità, giustizia, perseveranza,
universalità, comunione, carità.
Tuttavia in questa missione varia
e differente è la responsabilità. Poiché la suprema responsabilità è
quella apostolica, tutti gli altri sono in vario modo e grado
collaboratori della missione apostolica, che è continuazione della
missione di Cristo.
Una sola missione, diversi gradi
di collaborazione. Tutto però deve essere visto in Cristo, con Cristo,
per Cristo.
[2]alla sorella Appia, ad
Archippo nostro compagno d'armi e alla comunità che si raduna nella tua
casa:
La lettera è indirizzata a
Filèmone, alla sorella Appia, ad Archippo, alla comunità che si raduna
nella casa di Filèmone.
Di Appia non sappiamo altro. È
questa l’unica e sola volta in cui viene nominata, ricordata.
Di Archippo, oltre a sapere che è
stato compagno d’armi di Paolo, senza sapere però le circostanze, i
luoghi, i tempi e i momenti in cui vi è stata questa compagnia,
conosciamo anche dalla Lettera ai Colossesi una particolare esortazione
di Paolo nei suoi riguardi: “Dite ad Archippo: Considera il ministero
che hai ricevuto nel Signore e vedi di compierlo bene” (Col 4,17).
Di sicuro c’era stata una qualche
caduta nello zelo e nell’amore e Paolo lo riprende perché possa
ritornare nella santità di un tempo.
Un ministero che non si svolge
nella santità, non serve alla comunità.
In questo versetto viene rivelato
come viveva la prima comunità cristiana. Essa non aveva templi, non
aveva Basiliche, non aveva Cattedrali, non aveva Chiese, né piccole, né
grandi per l’esercizio del culto. Il culto stesso era vissuto
nell’essenziale.
Le case private erano adibite per
le riunioni della comunità cristiana. La casa dell’uomo diveniva per un
certo tempo casa della comunità cristiana. L’uomo prestava a Dio la sua
casa perché la sua comunità potesse riunirsi per ascoltare la Parola,
per celebrare la Cena del Signore, per vivere i momenti di crescita
nella verità e nella carità.
La bellezza del Vangelo è la sua
essenza di essere senza forme, per assumerle tutte, ma anche per
abbandonarle tutte, se queste non sono più per l’uomo.
La verità invece rimane in eterno.
La Parola di Gesù è senza tempo e senza forme. Questa è la sua bellezza
divina. A questa bellezza la Chiesa deve sempre guardare se vuole essere
a servizio dell’uomo, altrimenti si troverà a rendere schiavo l’uomo
delle forme e dei sistemi che la storia ha creato per il servizio
dell’uomo.
Quando leggo la storia che il
Vangelo ha saputo creare per incarnarsi nel tempo, mi vengono sempre in
mente le Parole del Libro della Sapienza, scritte sulla Sapienza
(7,21-30):
“Tutto ciò che è nascosto e ciò
che è palese io lo so, poiché mi ha istruito la sapienza, artefice di
tutte le cose.
In essa c'è uno spirito
intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante,
senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero,
benefico, amico dell'uomo, stabile, sicuro, senza affanni, onnipotente,
onniveggente e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri,
sottilissimi.
La sapienza è il più agile di
tutti i moti; per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa. E`
un'emanazione della potenza di Dio, un effluvio genuino della gloria
dell'Onnipotente, per questo nulla di contaminato in essa s'infiltra.
E` un riflesso della luce
perenne, uno specchio senza macchia dell'attività di Dio e un'immagine
della sua bontà. Sebbene unica, essa può tutto; pur rimanendo in se
stessa, tutto rinnova e attraverso le età entrando nelle anime sante,
forma amici di Dio e profeti.
Nulla infatti Dio ama se non
chi vive con la sapienza. Essa in realtà è più bella del sole e supera
ogni costellazione di astri; paragonata alla luce, risulta superiore; a
questa, infatti, succede la notte, ma contro la sapienza la malvagità
non può prevalere”.
Il Vangelo è questa sapienza di
Dio che pervade ogni cosa, senza mai essere pervaso da nessuna cosa.
Il Vangelo trasforma ogni storia,
senza mai poter essere trasformato dalla storia. Quando la storia
trasforma il Vangelo è il segno che il Vangelo è morto.
I Santi sono la sapienza vivente
del Vangelo e la vita perenne della sapienza. In loro vive il Vangelo,
perché vive la Sapienza. In loro vive la Sapienza perché vive lo Spirito
Santo, origine e fonte di ogni Sapienza.
Essi aggiornano la storia al
Vangelo e rendono il Vangelo vivo e vivente nel cuore di ogni uomo.
Questa verità è giusto che ognuno
la faccia sua propria verità e non confonda mai l’incarnazione del
Vangelo nella storia con l’essenza stessa del Vangelo, o con la sua
forma. Questo però richiede che in noi abiti e dimori la Sapienza,
perché solo con la sua luce viva riusciamo a distinguere essenza eterna
del Vangelo e sue forme storiche, necessarie ad un uomo storico che vive
in un tempo ma che non servono più ad un altro uomo che vive in un altro
tempo.
La santità del Vangelo esige che
lo si mantenga sempre in vita e lo si mantiene in vita se si aggiorna la
storia con il Vangelo.
Oggi possiamo affermare che in
molti cuori il Vangelo è come morto. Giace in essi sotterrato,
sigillato, chiuso ermeticamente.
La nostra vocazione, quella del
Movimento Apostolico, è quella di risuscitare il Vangelo, di farlo
ritornare in vita in ogni cuore, nel mondo intero.
È una missione esigente,
impegnativa, coraggiosa. Perché la si possa svolgere e attuare con
efficacia è necessario prima di ogni cosa che il Vangelo risusciti e
viva con tutta la sua potenza di fede, di carità e di speranza nei
nostri cuori.
Il missionario è colui che è
risorto al Vangelo perché il Vangelo è risorto nel suo cuore. Può
compiere la missione perché può mostrare il Vangelo al vivo, nello
splendore della sua potenza di verità, di grazia, di santità.
[3]grazia a voi e pace da Dio
nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo.
L’augurio di saluto è quello di
sempre.
Paolo vuole che Filèmone e tutti
quelli che si radunano nella sua casa siano ricolmi della grazia e della
pace.
La grazia e la pace sono dono di
Dio e di Cristo Gesù.
Dio è nostro Padre. Cristo Gesù è
il Signore.
Sappiamo cosa è la grazia.
Sappiamo cosa è la pace. La grazia è il dono che ci redime, ci
giustifica, ci salva, ci santifica, ci spinge a camminare nella via
della verità e della giustizia.
La grazia è il dono della
santificazione dell’uomo: dal primo istante della sua conversione fino
all’ultimo momento della sua santificazione. Ogni cosa che il cristiano
fa, ogni opera di bene per sé e per gli altri è opera della grazia
divina.
Questa grazia deve essere sempre
nel cuore e deve abbondare. Nella grazia si cresce. Nella grazia si
portano frutti di vita eterna.
Chi non cresce nella grazia non
sarà mai sufficientemente forte per operare tutto il bene che Dio ha
disposto per lui; né mai sufficientemente forte per vincere la
tentazione che segue il cristiano come l’ombra segue un corpo.
Nella grazia si cresce con la
preghiera, ma anche vincendo il male e facendo tutto il bene. Ogni atto
di amore, nella verità e nella giustizia, per il Signore e per gli
uomini ci fa crescere in grazia. Ogni tentazione non superata ci fa
decrescere nella grazia e quindi ci rende più deboli per le successive
tentazioni.
Nell’abbondanza della grazia si è
capaci di seguire ogni mozione dello Spirito Santo. Senza la grazia si
segue la carne e le sue passioni ingannatrici.
La pace invece è la giusta
relazione di figliolanza e di fratellanza ritrovata con Dio e con gli
uomini, frutto della redenzione soggettiva che si è compiuta dentro di
noi.
La pace, come la grazia, deve
crescere in noi. Crescendo si è sempre pronti a vivere relazioni di pace
con il mondo intero, compreso il creato.
La regola unica, santa, sempre
giusta, sempre attuale della pace è il Vangelo di nostro Signore Gesù
Cristo.
Cristo Gesù è il dono della pace
di Dio al genere umano e al mondo intero. La Parola di Gesù, il suo
Santo Vangelo, compreso nella sapienza dello Spirito Santo, l’unica
norma, l’unica regola della pace.
Ogni altra norma, o regola, per la
costruzione della pace sulla terra non regge, perché non è secondo
giustizia e verità, non sgorga dal cuore di Cristo e dal suo amore
crocifisso per ogni uomo.
Dio è Padre. Per generazione Dio è
Padre di una sola Persona: il Suo Verbo Unigenito.
Per adozione è Padre di tutti
quelli che sono stati rigenerati a nuova vita nelle acque del battesimo
e sono divenuti in Cristo un solo corpo. Noi siamo figli di Dio nel
Figlio Suo Gesù Cristo.
Per creazione è Padre di ogni uomo
e dell’universo intero. Niente esiste se non perché creato da Lui.
Niente esiste se non perché da Lui è stato voluto e chiamato
all’esistenza.
La creazione dal nulla, per
volontà di Dio, per la sua Parola onnipotente, è verità centrale della
nostra fede.
“Credo in un solo Dio, Padre
onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili
ed invisibili”. Questa è la nostra fede.
Gesù è il Signore. È Signore
perché Dio. La Signoria sull’universo intero gli spetta per diritto
divino, essendo Lui il Creatore, nell’unità del Padre e dello Spirito
Santo, dell’universo.
È Signore però anche nella sua
umanità, a causa del sacrificio che ha offerto al Padre sulla croce.
La Signoria alla Sua Umanità è la
gloria che il Padre gli ha dato a motivo della sua umiliazione.
Lui si è umiliato per amore del
Padre. Il Padre lo ha costituito Signore nella sua umanità. Come vero
Uomo egli è Signore dell’universo intero. È anche giudice del mondo.
Anche questa è essenza e
fondamento, sostanza e forma della nostra fede.
[4]Rendo sempre grazie a Dio
ricordandomi di te nelle mie preghiere,
Paolo, lo abbiamo già notato nelle
altre Lettere, ha una relazione particolare con tutti i destinatari
delle sue Lettere.
Egli vive in perenne rendimento di
grazia per loro.
Loda, benedice, ringrazia Dio per
loro.
Li presenta al Signore nelle sue
preghiere.
Poiché il cuore di Paolo è
perennemente elevato in Dio, perennemente sono elevati in Dio quanti
hanno avuto con lui una qualche relazione di grazia e di verità.
Ricordarsi nelle preghiere degli
altri, ringraziare Dio per gli altri, è vera comunione di amore, nella
verità e nel sacrificio di Cristo Gesù.
Cristo Gesù nel Cielo vive il suo
perenne sacrificio di preghiera, di lode, di ringraziamento, di
impetrazione di grazia e di misericordia per tutti gli uomini, per i
quali ha offerto il suo sacrificio di salvezza.
I discepoli di Gesù, in Cristo,
nella sua grazia e nella sua verità, vivono il suo stesso sacrificio di
lode e di benedizione, di ringraziamento e di impetrazione di ogni
grazia per i loro fratelli. Questa comunione nella preghiera è la più
alta forma della carità. Se ad essa si aggiunge l’offerta della nostra
vita, noi diamo proseguimento perfetto al sacrificio di Cristo. Noi
compiamo ora ciò che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo
corpo, che è la Chiesa.
È questo il vero modo di
relazionarci con gli altri, con il mondo intero.
In Cristo, per Cristo, con Cristo
siamo chiamati a partecipare alla redenzione del mondo, di ogni uomo.
Come si partecipa alla redenzione
del mondo se non nella stessa forma e maniera in cui la ha operata
Cristo Gesù?
Cristo Gesù la ha operata pregando
e offrendo, pregando ed offrendosi a Dio, donando il suo corpo, la sua
vita sul legno della croce.
Il cristiano vi partecipa pregando
costantemente per i suoi fratelli, offrendo per loro la vita a Dio,
perché il Signore abbia di loro misericordia, pietà e li ricolmi con la
sua grazia e la sua bontà.
Questa via bisogna inculcare ad
ogni discepolo di Gesù. Se non si dona la vita per i fratelli, se non si
prega per loro, nessuna redenzione sarà mai possibile. Quella di Cristo
è già pronta per loro, perché sia efficace dobbiamo aggiungere la nostra
preghiera e la nostra offerta.
Paolo offre a Dio la sua preghiera
e l’offerta concreta di se stesso per la redenzione dei fratelli e la
salvezza si compie. Molte anime per la sua opera si convertono a Dio, lo
riconoscono come unico loro Signore.
[5]perché sento parlare della tua
carità per gli altri e della fede che hai nel Signore Gesù e verso
tutti i santi.
Si prega e si offre la vita perché
i fratelli si convertono.
Si ringrazia il Signore invece per
ogni opera buona che i fratelli compiono. Si ringrazia il Signore perché
ogni opera buona fatta da noi o dai fratelli è un dono del suo amore.
Dio solo è buono. Dio solo è fonte
di ogni bene. Dio solo è giusto. Solo Lui fonte di ogni giustizia che si
trova e si vive nel cuore dell’uomo.
Solo per sua grazia noi possiamo
amare, volere il bene, compiere opere buone, rispondere alla grazia.
Per grazia si vive nella grazia e
per grazia si cresce in grazia, per grazia si opera secondo la grazia,
per grazia si producono frutti di grazia e di misericordia.
Per questo motivo bisogna
ringraziare il Signore. Lo si ringrazia riconoscendolo come Padre di
ogni opera di bene che la sua grazia ha operato e generato in noi.
Paolo ringrazia Dio perché in
Filèmone la grazia opera frutti di carità e di fede. Lo ringrazia perché
la grazia di Dio conserva Filèmone nella fede di Gesù Cristo. Lo
ringrazia perché la carità non è solo verso Dio, ma anche verso i
fratelli. D’altronde nessuna carità verso Dio sarebbe vera,
autenticamente santa, se non è anche vera, autentica carità verso il
fratelli.
Filèmone è uomo di carità e di
fede. Con la fede crede nella verità di Cristo, nel suo Messaggio di
Salvezza, nella Sua Parola apportatrice di salvezza. Con la carità
traduce in atti concreti tutto l’amore che Cristo Gesù ha riversato nel
suo cuore.
La prima forma della carità è la
sottomissione a Dio Padre e ci si sottomette a Dio ascoltando la sua
Parola e mettendola in pratica.
In tal senso fede e carità sono un
unico principio di amore. Senza la fede, la carità non sarebbe vera;
senza la carità la vera fede che è in noi sarebbe morta.
Fede e carità devono essere un
unico principio di operazione del cristiano. La fede detta la regola
della carità; la carità detta la regola della vera fede.
Ama chi crede in ogni Parola che è
uscita dalla bocca di Cristo e la mette in pratica. Ha fede chi
trasforma in carità ogni Parola che Gesù ha vissuto per noi e ci ha
insegnato come viverla.
La fede di Cristo è vissuta tutta
e interamente nel suo atto di carità sulla croce.
La più alta forma di carità e di
fede sulla croce diventano un solo, unico, inseparabile sacrificio:
sacrificio di fede, sacrificio di carità.
In Filèmone fede e carità sono già
una bellissima realtà e per questo Paolo ringrazia il Signore.
[6]La tua partecipazione alla
fede diventi efficace per la conoscenza di tutto il bene che si fa tra
voi per Cristo.
Si è già detto precedentemente che
nella fede, nella grazia, nella carità bisogna costantemente crescere.
Paolo vuole che la partecipazione
di Filèmone alla fede sia sempre efficace. È efficace se ogni giorno
diventa più efficace, cioè più operosa.
Questa partecipazione alla fede si
fa efficace se c’è una comunione di conoscenza di tutto il bene che
nella comunità si fa per Cristo.
Il fine del bene è sempre Cristo.
Il bene si fa per grazia di Cristo Gesù. Il bene, ogni bene si fa in
Cristo, ma anche si fa a Cristo, al suo corpo, ad ogni altro uomo,
perché diventi corpo di Cristo, o perché Cristo con lui si è
identificato.
Far conoscere il bene che si fa,
senza dire come lo si fa, o chi lo fa, per non incorrere nel peccato
della superbia, o della vanagloria, aiuta gli altri a crescere nel bene,
a vivere una più grande carità.
Su questo penso noi cristiani
dovremmo essere più incisivi, più aperti, più comunionali.
Dovremmo spronarci gli uni gli
altri ad amare di più il Signore servendo l’uomo, ad avere più fede in
Dio ascoltando e vivendo ogni sua Parola.
In questo ci può essere di sprone,
di incitamento, di invito, sia la fede che la carità dei fratelli.
Per questo è giusto, sempre
conservando la carità evangelica e la stessa umiltà di Cristo Gesù, che
i fratelli sappiamo tutto di tutti, tutto il bene che uno fa lo venga a
conoscere l’altro, perché anche l’altro si impegni a realizzare una più
grande fede e una più forte e più intensa carità.
Su questo argomento molte volte
non si hanno idee chiare. Si pensa che tutto debba essere nascosto,
taciuto.
Il bene che si fa non deve essere
motivo di esaltazione, di superbia, di vanagloria, di umiliazione del
fratello. Questo è senz’altro vero.
Il bene che si fa è opera e come
tale non deve restare nascosto. C’è una giusta predicazione e
manifestazione del bene che deve essere fatta in modo che i nostri
fratelli nella fede si spronino reciprocamente ad avere una fede
efficace, più efficace nelle opere buone.
La comunità ha bisogno di essere
sostenuta dalla carità e dall’amore dei fratelli. Ha bisogno di trovare
nella carità e nell’amore degli altri la forza, il coraggio, la
determinazione, la giusta volontà per perseverare sempre in ogni opera
buona.
Il pensiero di Paolo è ora chiaro:
ogni cristiano è chiamato a partecipare alla fede. Si partecipa alla
fede attraverso la vita di carità, le opere di misericordia.
Quando carità e fede, fede e
carità si uniscono la fede dona forza alla carità e la carità dona
vigore alla fede.
La singola persona potrebbe
rischiare di perdersi, arenarsi, sconfortarsi, abbattersi, restare
schiacciata dal bene che si deve fare, pensandosi sola nel dover
affrontare ogni opera di carità.
Invece conoscendo il bene dei
fratelli, si riceve quella energia sempre nuova che spinge sempre ad
andare avanti.
Non so se il caso lo si è già
trattato in qualche commento. Quando ci si pensa soli, si rischia di
cadere nella delusione di Elia. Anche Elia si sentiva solo nel difendere
la fede nel vero Dio.
Chi si sente solo, cade nello
smarrimento, si abbatte, rinuncia, si ritira. Troppo grande è il
bisogno, troppo piccolo è l’apporto del singolo, quasi un niente.
Il Signore rassicura Elia che non
è solo e lo rimanda a continuare la sua missione in mezzo al suo popolo.
Il racconto merita tutta la nostra
attenzione. Si trova nel capitolo 19 del Primo Libro dei Re. Elia aveva
sfidato e abbattuto sul monte i falsi profeti del Dio Baal. Inizia così
il successivo racconto:
“Acab riferì a Gezabele ciò che
Elia aveva fatto e che aveva ucciso di spada tutti i profeti. Gezabele
inviò un messaggero a Elia per dirgli: Gli dei mi facciano questo e
anche di peggio, se domani a quest'ora non avrò reso te come uno di
quelli.
Elia, impaurito, si alzò e se
ne andò per salvarsi. Giunse a Bersabea di Giuda. Là fece sostare il suo
ragazzo. Egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a
sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire, disse:
Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non
sono migliore dei miei padri.
Si coricò e si addormentò sotto
il ginepro. Allora, ecco un angelo lo toccò e gli disse: Alzati e
mangia! Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su
pietre roventi e un orcio d'acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a
coricarsi. Venne di nuovo l'angelo del Signore, lo toccò e gli disse:
Su mangia, perché è troppo lungo per te il
cammino.
Si alzò, mangiò e bevve. Con la
forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti
fino al monte di Dio, l'Oreb. Ivi entrò in una caverna per passarvi la
notte, quand'ecco il Signore gli disse: Che fai qui, Elia?.
Egli rispose: Sono pieno di
zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno
abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso
di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed
essi tentano di togliermi la vita.
Gli fu detto: Esci e fermati
sul monte alla presenza del Signore. Ecco, il Signore passò. Ci fu un
vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce
davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu
un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci
fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il
mormorio di un vento leggero.
Come l'udì, Elia si coprì il
volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso della caverna. Ed
ecco, sentì una voce che gli diceva: Che fai qui, Elia?
Egli rispose: Sono pieno di
zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno
abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso
di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed
essi tentano di togliermi la vita.
Il Signore gli disse: Su,
ritorna sui tuoi passi verso il deserto di Damasco; giunto là, ungerai
Hazaèl come re di Aram. Poi ungerai Ieu, figlio di Nimsi, come re di
Israele e ungerai Eliseo figlio di Safàt, di Abel-Mecola, come profeta
al tuo posto. Se uno scamperà dalla spada di Hazaèl, lo ucciderà Ieu; se
uno scamperà dalla spada di Ieu, lo ucciderà Eliseo.
Io poi mi sono risparmiato
in Israele settemila persone, quanti non hanno piegato le ginocchia a
Baal e quanti non l'hanno baciato con la bocca.
Partito di lì, Elia incontrò
Eliseo figlio di Safàt. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a
sé, mentre egli stesso guidava il decimosecondo. Elia, passandogli
vicino, gli gettò addosso il suo mantello. Quegli lasciò i buoi e corse
dietro a Elia, dicendogli: Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti
seguirò. Elia disse: Va’ e torna, perché sai bene che cosa ho fatto di
te.
Allontanatosi da lui, Eliseo
prese un paio di buoi e li uccise; con gli attrezzi per arare ne fece
cuocere la carne e la diede alla gente, perché la mangiasse. Quindi si
alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio”.
La forza della comunità cristiana
è la sua comunione di fede e di carità, ma anche di conoscenza delle
opere che si compiono.
La forza del singolo è la
comunità. La forza della comunità è il singolo. La comunità nel singolo
e il singolo nella comunità in una perfetta comunione di fede, di
carità, di conoscenza, di rispetto, di gareggiamento, di superamento di
ogni individualismo, in modo che tutta la comunità viva nel singolo e il
singolo viva tutto nella comunità.
Quando questa armonia sarà
realizzata in una comunità, questa comunità manifesta il Signore, lo
rende presente.
Questa comunità è via di salvezza
e di redenzione per il mondo intero.
È questa la nostra vocazione.
[7]La tua carità è stata per me
motivo di grande gioia e consolazione, fratello, poiché il cuore dei
credenti è stato confortato per opera tua.
Paolo è Apostolo di Gesù Cristo.
Egli è posto in alto nella comunità. È suo pastore e guida, suo maestro,
modello ed esempio in ogni cosa.
Anche lui è uomo. Anche lui deve
sentirsi incoraggiato dai frutti che il Vangelo produce nel mondo.
Lo stile della comunità delle
origini era proprio questo. Si raccontava quanto il Signore operava per
loro tramite, perché tutti si sentissero incoraggiati, spronati a non
desistere dalle opere buone.
Leggiamo negli Atti degli Apostoli
(14,24-28), dopo il primo viaggio missionario compiuto da Paolo:
“Attraversata poi la Pisidia,
raggiunsero la Panfilia e dopo avere predicato la parola di Dio a Perge,
scesero ad Attalìa; di qui fecero vela per Antiochia là dove erano stati
affidati alla grazia del Signore per l'impresa che avevano compiuto.
Non appena furono arrivati,
riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto
per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede.
E si fermarono per non poco tempo insieme ai
discepoli”.
Paolo conosce la carità che anima
il cuore di Filèmone. Questa carità vissuta, praticata, procura a Paolo
grande gioia e consolazione.
Importante è scoprire il motivo. È
questo che spiega ogni cosa. Il motivo non può essere che uno:
il cuore dei credenti è stato confortato per opera
tua.
Filèmone praticando la carità con
cuore generoso, senza riserve, ha fatto sì che i suoi fratelli di fede
si sentissero confortati, incoraggiati, spronati a credere con più fede
nel Signore.
Quando la fede produce frutti di
carità, chi li riceve o chi li vede, si sente più forte sia nella fede
che nella carità.
È più forte perché vede la forza
della fede che agisce. La nostra fede non è una parola sterile, vuota,
un suono che irrompe nell’aria e basta.
La nostra fede è potenza di
salvezza, è carità che commuove, è opera che convince, è santità che
alimenta altra santità, è dono del proprio cuore ai fratelli perché in
esso possano trovare sicurezza, certezza, speranza, consolazione, gioia,
conforto.
Vedere l’altro che ama, avvertire
e sentire il suo amore per noi aiuta la nostra fede, spinge la nostra
carità, favorendo la crescita di tutta la comunità cristiana.
A volte basta un solo gesto
d’amore perché tutto in una comunità ricominci a vivere.
Paolo vede la carità di Filèmone e
l’aiuto che essa dona alla comunità nella sua vita di fede e di carità e
per questo prova gioia e consolazione, grande gioia e consolazione.
Questa è la vera pastorale sul
modello della quale dobbiamo ridare vita a tutte le nostre comunità.
Se riusciamo a fare questo tipo di
pastorale, il nome di Cristo Gesù sarà di sicuro creduto nel mondo e il
suo Vangelo amato tra i popoli.
Il Vangelo è amore. L’amore è
opera. L’opera si vede. L’amore si vede. Chi vede crede, chi non vede,
non crede.
Noi siamo chiamati a far vedere
l’amore di Cristo al mondo intero. Come? Trasformando la nostra vita in
un gesto perenne di amore.
[8]Per questo, pur avendo in
Cristo piena libertà di comandarti ciò che devi fare,
Fino adesso Paolo si è limitato a
descrivere ciò che avviene nella comunità ad opera di Filèmone e della
sua grande carità.
È questo lo stile di Paolo. Si
presenta, saluta, prega, ringrazia, annota il bene che si fa in una
comunità, o anche il male, e solo in seguito passa a trattare il motivo
per cui si è sentito in dovere di scrivere la Lettera.
In nessun caso bisogna pensare che
Paolo abbia prima voluto accattivarsi la benevolenza di Filèmone, per
poi chiedere un grande favore.
Chi conosce Paolo sa che questo
non è il suo stile e soprattutto non è per lui metodo evangelico, né
manifestazione del suo ministero apostolico.
L’autorità di Paolo non ha bisogno
di preamboli. Egli sa chiedere e chiede ogni qualvolta ce bisogno, senza
passare per preliminari inutili, vani, ingombranti.
Quanto prima ha detto è la pura
verità. È verità che sta per se stessa. Noi lo abbiamo visto: è una
bellissima pagina di pastorale sulla conduzione della comunità.
Cosa dice esattamente in questo
versetto?
Dice che lui è apostolo di Gesù
Cristo. Essendo apostolo ha un potere che gli viene da Cristo, che lo
esercita in Cristo, che lo vive per Cristo.
Questo potere consiste nel dire
esattamente qual è la volontà di Dio, conosciuta nella pienezza di
verità, per opera dello Spirito Santo che lo illumina, lo guida, lo
conduce verso la verità tutta intera.
Nella verità Paolo è libero. Egli
è libero di dire sempre la verità di Cristo Gesù.
La verità di Cristo egli la può
dire in ogni momento. Per questo egli è stato costituito apostolo di
Cristo Gesù: per insegnare ad ogni uomo come si segue Cristo, come
Cristo si serve e si ama nella sua Persona, ma anche nei fratelli.
La libertà in Paolo non è
assoluta. Egli non può dire la verità quando vuole, come vuole, a chi
vuole.
Se è vero apostolo di Cristo Gesù,
deve dire la verità quando lo Spirito vuole, a chi lo Spirito vuole che
sia detta, nelle forme e nelle modalità che lo Spirito suggerisce al
cuore e all’intelligenza.
Come lo Spirito Santo conduce gli
Apostoli verso la verità tutta intera, così lo stesso Spirito deve
condurli nella modalità giusta e santa perché la verità sia accolta,
messa in pratica, trasformata in frutto di vita e di salvezza.
La forma, la modalità è essenziale
alla verità, non è indifferente alla verità.
Questo legame intrinseco tra
verità e modalità deve essere sempre osservato, conservato, mantenuto.
Chi lo può conservare in noi è lo
Spirito Santo. Se manca in noi lo Spirito che opera, e lo Spirito opera
sempre nella nostra santità, noi non conserviamo più giusto e santo
questo principio. I mali che si potrebbero produrre in un cuore
potrebbero essere anche incalcolabili.
Questo è sempre avvenuto nella
storia della Chiesa. È avvenuto ogni qualvolta un uomo si fa forte della
verità, ma dimentica che le modalità sono spesso più essenziali della
stessa verità che si vuole inculcare.
Per questo ogni uomo di Dio è
obbligato a due cose: a lasciarsi condurre dallo Spirito in una verità
sempre più grande; a lasciarsi suggerire da Lui le giuste modalità
attraverso cui la verità conosciuta, da attuare, possa essere data ad un
cuore perché la viva e cresca di grazia in grazia, fino alla pienezza
della sua santificazione. Quest’obbligo lo può osservare però ad una
sola condizione: che cresca ogni giorno in santità. È la santità che
consente allo Spirito di abitare nel suo cuore. È la santità che toglie
dal cuore tutti gli impedimenti di peccato che fanno sì che si sia sordi
alla sua mozione, duri ad ogni suo suggerimento di modalità e di forme
per la comunicazione della verità.
Paolo conosce sempre la giusta
modalità perché una grande santità governa la sua anima e dimora nel suo
cuore. Egli può essere vero, fedele, ascoltatore dello Spirito di Dio.
Questo principio spesso è
ignorato. Si pensa che sia in ragione dell’ufficio o del ministero che
uno sia capace di verità e di sane modalità.
Non è in ragione né dell’ufficio,
né del ministero. È invece questione di santità e di Spirito Santo.
Il carisma del santo
discernimento, del discernimento certo, non è dato al ministero. È dato
al ministro in ragione della sua santità. Il discernimento è opera dello
Spirito che abita in lui. Più grande è la santità, più grande sarà vero
e giusto il discernimento.
Senza santità non può esserci vero
discernimento, né giusto, né certo, né assoluto.
Solo per il Papa c’è il carisma
dell’infallibilità. Ma esso è sottoposto alla legge che definisce e
stabilisce i casi in cui l’infallibilità è possibile.
Negli altri casi è la santità
l’unica via, via obbligata, per conoscere la verità tutta intera, per
sapere le giuste modalità di intervento nella storia concreta degli
uomini.
Libertà di dire e modalità per
dire devono sempre essere esercitate nello Spirito Santo. Questa è la
legge che governa l’agire dell’apostolo di Gesù Cristo.
[9]preferisco pregarti in nome
della carità, così qual io sono, Paolo, vecchio, e ora anche prigioniero
per Cristo Gesù;
La modalità di cui Paolo si serve
in questo caso è la carità, l’amore.
La modalità è la preghiera, la
richiesta umile, senza pretese.
La modalità è l’abbassamento.
La modalità è quella di farsi
amico dell’amico e parlargli da amico.
La modalità è la parola detta al
cuore e non più alla volontà perché obbedisca.
La modalità è lasciare all’altro
libertà nel prendere la decisione. È l’altro che decide. Decide per
amore. Decide dal profondo del suo cuore. Decide perché conquistato
dalla carità di Paolo, che è carità di Cristo, che è carità di Dio
Padre, nello Spirito Santo.
La carità è la suprema legge per
il cristiano, la suprema verità, la verità assoluta.
La carità è la nostra vocazione.
Siamo chiamati ad amare l’altro allo stesso modo in cui lo ha amato
Cristo.
Cristo lo ha amato appendendo il
suo corpo sulla croce, offrendo la sua vita per lui. La sua vita al
posto della vita del fratello. Questo è stato l’amore di Cristo Gesù.
Dinanzi alla legge della carità,
che è assoluta, senza riserve, dono totale della nostra vita a Cristo,
perché Cristo continui ad amare dall’alto della croce, il cristiano si
scopre seguace di Cristo, o lontano da lui.
La carità manifesta la grandezza
del nostro amore. Il nostro amore è grande, tanto grande quando è grande
il dono che sappiamo fare di noi stessi ai fratelli.
Non solo Paolo fa appello alla
carità, mostra se stesso come esempio vivente di carità.
Lui è ormai vecchio. Nella carità
è invecchiato. È invecchiato esercitando nel mondo la carità di Cristo.
Lui è vissuto per fare di carità il suo corpo, la sua anima, il suo
spirito.
Lui è vissuto per lasciarsi
consumare, invecchiare dalla carità. La carità lo ha reso vecchio, lo ha
consumato, lo ha esaurito.
Tutto egli ha speso di sé per la
carità, per amare, per essere di aiuto e di salvezza agli altri, al
mondo intero.
In niente egli si è risparmiato.
Tutte le sue energie sono state spese per la carità. Anche lui or può
dire come Cristo sulla croce: consummatum
est.
Il sacrificio è stato consumato,
arso, bruciato dalla carità. Il sacrificio consumato è il suo corpo, la
sua anima, il suo spirito. Tutto di lui è stato fatto un sacrificio
d’amore per la salvezza dei suoi fratelli.
Anche il momento attuale è nella
grande carità. Egli è privo della sua libertà. È prigioniero degli
uomini, ma prima ancora è prigioniero dell’amore di Cristo Gesù.
È prigioniero degli uomini perché
si è fatto volontariamente prigioniero di Cristo. Se non fosse
prigioniero di Cristo per amore, mai sarebbe stato fatto prigioniero
degli uomini.
La carità ha portato Cristo sulla
croce, lo ha fatto prigioniero degli uomini.
La carità ha condotto Paolo in
carcere, lo ha fato prigioniero dei suoi fratelli da salvare.
Filèmone è discepolo di Cristo, è
discepolo di Paolo. Sarà anche lui vero discepolo se osserverà la legge
della carità.
Come si vive la carità, Paolo
glielo ha prospettato ponendo se stesso dinanzi ai suoi occhi.
Ora Filèmone sa cosa è la carità.
Sa anche chi è il vero discepolo di Cristo Gesù, perché sa chi è Cristo
Gesù.
A lui, solamente a lui, la scelta
di seguire Cristo, o di non seguirlo. Nessuno glielo potrà imporre.
Anche lui dovrà ora scandagliare
il suo cuore e trovare in esso le ragioni di un amore più grande. Queste
ragioni non potrà trovarle se non nell’agire di Cristo, nella visione
che Paolo gli ha prospettato di sé in brevissimi accenni.
Se lui saprà fare questo, non
soltanto continuerà ad essere seguace di Cristo Gesù, potrà dare al
mondo intero una nuova via della carità e questa nuova via trasformerà
il mondo. A volte infatti è sufficiente che uno solo apra una via nuova
di amare, perché il mondo esca dal suo sonno di morte e si incammini
verso la pienezza della verità da cui lo chiama e lo attende il suo
Maestro e Signore.
È questa modalità veramente
sublime. Si lascia all’altro la decisione, dopo aver messo il cuore
dinanzi all’unica decisione possibile.
Si prospetta all’altro una via
universale di salvezza e la si prospetta come via per amare secondo
verità Cristo e in Cristo i fratelli, alla maniera di Cristo Gesù.
Solo lo Spirito Santo può operare
simili cose. Quando lo Spirito muove un cuore, illumina una mente, guida
la volontà, di simili cose se ne operano tante, tantissime.
Il mondo è cambiato dallo Spirito
Santo che agisce attraverso un uomo che ama veramente Cristo Gesù.
[10]ti prego dunque per il mio
figlio, che ho generato in catene,
San Paolo, stabilisce subito qual
è il rapporto tra la persona per cui sta per chiedere la “grazia” e se
stesso.
Questo rapporto è di figliolanza.
Si tratta però di una figliolanza
particolare, unica.
C’è tuttavia subito da precisare
che non si tratta di una figliolanza terrena, umana, di un figlio
generato secondo la carne.
Si tratta invece di un figlio
generato secondo la fede.
Altra cosa da precisare è questa:
la generazione è avvenuta in catene, in un momento particolare, assai
doloroso della vita di Paolo.
Paolo, tra le catene, nella
sofferenza dovuta alla privazione della libertà, ha dato la vita
soprannaturale ad un uomo, lo ha condotto alla fede, ne ha fatto un vero
figlio di Dio.
L’amore di Paolo per Cristo non si
è fermato neanche nel carcere. Anche da prigioniero ha continuato ad
annunziare il Vangelo, a produrre frutti di Vangelo, a generare uomini a
Dio secondo la fede, la carità e la speranza che sono in Cristo Gesù.
È una vera relazione di paternità
e di figliolanza spirituale.
Questa vera paternità e vera
figliolanza dovrebbe cambiare il rapporto tra chi genera alla fede e chi
è generato, tra chi riceve la vita secondo Dio e chi la dona.
Questo rapporto dovrebbe essere
sempre indelebile nella mente e nel cuore, anche perché non solo bisogna
generare alla vita, bisogna anche che la vita generata sia portata a
maturazione attraverso l’esercizio della paternità spirituale, vera
paternità secondo la fede.
Questo rapporto implica cioè un
dovere mai estinguibile di impegno ministeriale perché la nuova vita
generata giunga a perfetta maturazione. È come quando si pianta un
albero. Non è sufficiente piantarlo, è anche giusto e doveroso seguirne
passo, passo la crescita, apportando tutte quelle iniziative necessarie
perché all’albero non manchi nulla di tutto quanto gli è necessario per
una crescita armoniosa, libera, santa.
Purtroppo c’è da lamentare un
quasi distacco, un abbandono. È come se non ci fosse più nessuna
relazione.
Invece la vera paternità
spirituale dovrebbe essere considerata superiore alla paternità secondo
la carne.
Se per la paternità secondo la
carne si è disposti a tutto, a molto di più si dovrebbe essere disposti
per la cura della figliolanza secondo lo spirito, o la fede.
Anche questa relazione dovrebbe
essere ricondotta nell’alveo della verità evangelica, della carità
crocifissa di Gesù Signore.
Paolo per questo figlio si
interessa, prega, interviene, lo raccomanda, lo affida. Lo affida però
come un vero figlio, non un figlio da abbandonare, da lasciare, da
consegnare al proprio destino perché lo segua sino alla fine.
Questo di Paolo è vero amore, è
vero amore evangelico; vero amore cristiano; vero amore di parentela
spirituale.
Da Paolo tutti dovremmo imparare
ad amare in modo diverso, santo, alla maniera di Cristo Gesù.
Paolo prega Filèmone per questo
suo figlio che ha generato in catene e cosa gli chiede?
[11]Onèsimo, quello che un
giorno ti fu inutile, ma ora è utile a te e a me.
Onèsimo è uno schiavo. È schiavo
di Filèmone.
Questo schiavo un giorno fu
inutile a Filèmone perché scappò via, rompendo i legami della schiavitù.
Ora è utile a Paolo perché suo
vero figlio secondo la fede.
È anche utile a Filèmone perché
ritorna da lui e quindi ne può fare un buon uso.
Da precisare che secondo la legge
antica uno schiavo era sempre proprietà del suo padrone.
Anche se fosse riuscito a rompere
le catene di ferro che lo tenevano prigioniero, mai venivano rotte le
catene legali.
Uno schiavo rimaneva per sempre
schiavo. A meno che il padrone non gli concedesse la libertà e lo
affrancasse dalla dura schiavitù. In questo caso ne faceva un liberto,
un uomo libero dalla schiavitù.
Essendo Onèsimo proprietà di
Filèmone, solo lui può decidere della sua sorte, solo lui può stabilire
cosa farne.
Per questo Paolo prega Filèmone.
Lo prega in quanto legittimo proprietario di Onèsimo. Nel pregarlo però
gli dice una grande verità.
Quest’uomo non è più lo stesso. Ad
una schiavitù fisica ne ha aggiunto un’altra: quella spirituale. Ora è
schiavo di Cristo Gesù. Gesù è il suo proprietario spirituale, il
proprietario della sua anima e del suo spirito, della sua volontà e del
suo cuore.
Questo nuovo proprietario vuole
che il rapporto con i proprietari del corpo sia vissuto nell’amore,
nella sottomissione, nell’obbedienza, nel servizio amorevole, nella
dedizione, nel sacrificio, senza ribellioni, senza contrasti, vivendo la
virtù della mitezza, della bontà, della misericordia,
dell’arrendevolezza, della giustizia, anche quella secondo gli uomini.
Questo nuovo proprietario comanda
l’amore, solo l’amore, nient’altro. L’amore per questo nuovo
proprietario consiste in una sola cosa: dare la vita, consegnarla al
servizio, nel silenzio dell’anima, nella dedizione del corpo, nella
sottomissione della volontà, nell’opera svolta con puntualità, rimanendo
nella condizione in cui uno fu chiamato.
È questo il motivo per cui Onèsimo
di sicuro sarà utile a Filèmone. Gli sarà utile perché vivrà il servizio
secondo la legge di Cristo e non più secondo la passione, la ribellione
che è nel cuore dell’uomo.
[12]Te l'ho rimandato, lui, il
mio cuore.
Prima Onèsimo era stata definito
da Paolo, suo figlio, generato in catene.
Ora è detto il mio cuore.
Onèsimo è per Paolo il suo cuore,
è se stesso, è la sua vita, è il suo amore, è la sua gioia, la sua
speranza.
Come il cuore è tutto per una
persona, così Onèsimo è tutto per Paolo.
L’amore tra Onèsimo e Paolo è così
grande, così intenso, così forte, da farlo identificare con il proprio
cuore.
Questa è la forza dell’amore in
Cristo, vissuto secondo Cristo.
L’amore in Cristo non solo è
unitivo, fa di due persone, o di più persone una cosa sola, un solo
corpo, una sola vita, un sola storia, un solo amore.
In Paolo questo amore unitivo si
fa amore identificativo. La persona dell’amante si identifica con la
persona amata e tuttavia sono due persone e non una sola.
In questo ci si avvicina in
qualche modo a ciò che avviene nel mistero della Trinità, nel quale le
persone sono l’una nell’altra, senza identificazione, o perdendo
l’identità personale, perché sono distinte e separate, altrimenti
avremmo un modalismo in Dio e non vero mistero di unità della sostanza e
trinità delle persone.
Nell’amore però vi è
identificazione. Tutto l’amore del Padre è nel Figlio, tutto l’amore del
Figlio è nel Padre. L’amore tra il Padre e il Figlio è anche Lui
Persona, è lo Spirito Santo, Comunione Eterna dell’amore del Padre per
il Figlio e dell’amore del Figlio per il Padre.
Fatte le debite proporzioni, e su
una scala infinitamente distante, la stessa identificazione nell’amore
si compie nella carità cristiana.
Paolo almeno sta vivendo questo
tipo di amore identificativo. Tutto l’amore di Paolo è per Onèsimo,
tutto l’amore di Onèsimo è per Paolo. Paolo sente l’amore per Onèsimo,
sente l’amore di Onèsimo, per questo non esita a definire Onèsimo suo
cuore.
A questo amore di identificazione
dovremmo tutti giungere. Finché l’altro rimane fuori di noi, non è il
nostro cuore, la nostra vita, noi mai potremo amare secondo verità, alla
maniera di Cristo.
Se invece l’altro è noi stessi, il
nostro cuore, quanto facciamo per noi lo facciamo anche per lui; quanto
vogliamo per noi, lo vogliamo anche per lui.
Se c’è differenza di amore,
significa che l’amore di Cristo in noi non è ancora perfetto e che noi
nell’amore non siamo mossi dallo Spirito Santo di Dio, da quello Spirito
che deve creare la perfetta identificazione d’amore, la comunione piena
di carità con il fratello.
Su questo la pastorale deve
operare una svolta. Non si può insegnare al cristiano solo l’osservanza
di qualche comandamento. Il cristiano non è stato fatto cristiano per
osservare uno, o due comandamenti dell’Antico Patto.
Il cristiano è stato fatto tale
per osservare la legge dell’amore di Cristo in ogni sua parte.
Questa legge ha un solo principio
operativo: identificarsi con l’altro fino a donare la vita per l’altro,
più che per noi stessi.
Se qualcosa per noi non
riusciremmo mai a farla, per il fratello dobbiamo avere la forza,
l’amore, la carità, la fede di farla fino in fondo.
Per noi no, per il fratello sì.
Questo è l’amore alla maniera di Cristo ed è questa la vocazione del
cristiano.
È inutile dire che un amore così
perfetto si può solo fondare sull’osservanza piena di ogni comandamento
dell’Antico Patto.
I comandamenti sono la base, il
fondamento su cui innalzare il nostro edificio cristiano, la nostra
identificazione d’amore con l’altro, con ogni altro.
Onèsimo viene rimandato a Filèmone,
al suo unico e legittimo proprietario secondo la carne.
[13]Avrei voluto trattenerlo
presso di me perché mi servisse in vece tua nelle catene che porto per
il Vangelo.
Paolo, in base all’amicizia che lo
legava a Filèmone, avrebbe potuto chiedere a quest’ultimo che gli
facesse dono dello schiavo, di Onèsimo.
Avrebbe potuto chiedere un così
grande favore e di certo Filèmone non glielo avrebbe mai negato.
Abbiamo detto precedentemente che
l’amore nel cristiano, per essere vero e perfetto, non deve nascere
dalla mente del richiedente, deve nascere dalla volontà e dalla sapienza
dello Spirito Santo.
Su questo, penso, è giusto che vi
riflettiamo un po’, con più attenzione.
Il cristiano, dal momento in cui
si lascia battezzare nelle acque del battesimo, cede la mente, il cuore,
i sentimenti, la razionalità, la stessa anima al Signore, allo Spirito
Santo, perché sia lui a governarli secondo verità, giustizia e carità.
Si tratta però di verità,
giustizia e carità non secondo la norma evangelica già codificata, ma
secondo la mozione attuale, voluta unicamente dallo Spirito Santo,
compresa unicamente da Lui e non dall’uomo, o dalla persona che compie
il gesto dell’amore.
Il cristiano non decide, ma
neanche comprende, non è lui a volere e neanche lui a sapere perché si
sceglie una via, anziché un’altra.
La comprensione piena della
mozione dello Spirito che agisce in noi la possederemo a suo tempo,
dopo, molto tempo dopo.
Prima è necessario che lo Spirito
agisca in noi secondo la sua potenza soprannaturale d’amore; prima è
giusto che noi ci abbandoniamo totalmente allo Spirito del Signore, in
seguito, per quello che possiamo comprendere, ci verrà fatto conoscere
il mistero racchiuso in una determinata azione che ci è stato chiesto di
operare. Anzi, non chiesto, verso cui siamo stati mossi ad agire.
Paolo sa che è mosso dallo Spirito
Santo. Di sicuro prega perché lo Spirito lo muova secondo i voleri
divini.
Di certo non ha la piena
comprensione del mistero. Questa piena comprensione a nessun mortale è
concessa al momento dell’azione. Questa piena comprensione è solo di
Cristo Gesù.
Sappiamo della Madre di Gesù che
non sempre comprendeva ciò che avveniva attorno a Lei. Ma Lei viveva
ogni cosa, amandola e custodendola nel cuore, attendendo di comprendere
le meraviglie che il signore operava attraverso di Lei e attorno a Lei.
Perché Paolo sceglie di rimandarlo
e non di tenerlo, non è lui a deciderlo. È lo Spirito che opera in lui.
Chi si lascia muovere dallo
Spirito Santo agisce. Lui non comprende. Neanche gli altri comprendono.
Qual è allora la differenza?
La differenza è una sola. Chi è
nella pienezza dello Spirito cammina secondo lo Spirito, perché la sua
carne non oppone resistenza alla sua mozione. Però non comprende.
Chi è senza lo Spirito, pensa
ancora secondo la carne. Non solo non segue la mozione dello Spirito.
Vorrebbe anche impedirla negli altri. La vuole impedire perché non la
comprende.
Vuole impedirla perché la valuta
secondo la carne e non secondo lo Spirito Santo.
Ognuno di noi è chiamato a
verificarsi, almeno a sapere che si lascia muovere dallo Spirito di Dio,
se lascia che lo Spirito del Signore muova gli altri secondo la sua
libera volontà, non soggetta ad alcuna discrezione o discernimento
umano.
Ognuno è chiamato a verificarsi e
la verifica consiste in una sola verità: quando ci troviamo dinanzi ad
una persona che sappiamo mossa perennemente dallo Spirito di Dio, se ci
scandalizziamo dinanzi ad una sua opera, se vogliamo che quell’opera non
sia fatta, se in qualche modo diamo noi le regole perché l’opera sia
fatta o non sia fatta, allora è certo: ancora lo Spirito del Signore non
è forte in noi.
Ancora in noi agisce la carne, le
passioni ingannatrici, il peccato non è stato del tutto estirpato dalle
nostre membra e in qualche modo ci condiziona.
L’altro diventa così il metro, la
verifica della nostra crescita spirituale. Sappiamo dove siamo
confrontandoci con la mozione che lo Spirito di Dio esercita negli
altri.
L’altro, che è mosso sempre dallo
Spirito, diviene il segno di contraddizione perché siano svelati i
pensieri dei nostri cuori.
[14]Ma non ho voluto far nulla
senza il tuo parere, perché il bene che farai non sapesse di
costrizione, ma fosse spontaneo.
È questa la regola suprema della
legge evangelica.
L’obbedienza alla verità, alla
carità, alla speranza, mai deve essere un rapporto tra un uomo e un
uomo, tra un uomo che comanda e l’altro che obbedisce. Comanda un uomo
in nome di Dio, si obbedisce all’uomo che dice di parlare in nome di
Dio, al posto di Dio, in vece di Dio.
Paolo non vuole questo tipo di
obbedienza, né desidera che i rapporti tra i cristiani siano costruiti
su un simile modo di pensare.
Lui vuole invece, desidera che chi
è al posto di Dio, sia al posto di Dio per manifestare la via della
verità, della carità, della speranza; sia al posto di Dio per indicare
agli uomini la via migliore di tutte nel vivere il nostro rapporto
esclusivo con il Signore, amando e servendo i fratelli.
Una volta che la verità è stata
manifestata, la via migliore di tutte è stata indicata, è obbligo
dell’altro sceglierla, farla propria, farla divenire sua propria verità,
sua propria speranza, sua propria carità.
Chi ha il posto di Dio non impone.
Chi ha il posto di Dio illumina, rivela, manifesta, compie lui per
primo.
Chi ha il posto di Dio è servo
della verità, della carità, della speranza, della Parola, dell’esatta
interpretazione della Parola.
Il resto non gli compete, perché
il resto appartiene all’uomo che vuole entrare nella vita eterna e se
vuole entrare nella vita eterna.
Il resto appartiene all’uomo che
vuole amare secondo verità e se vuole amare secondo verità.
Il resto appartiene al singolo,
che deve scegliere di volta in volta come amare il Signore nel più alto
grado di perfezione morale.
L’apostolo del Signore, o chi ha
il posto di Dio nella comunità, è chiamato a manifestare questo più alto
grado di amore. Una volta che questo è stato fatto, finisce il suo
mandato, inizia la responsabilità dell’altro di far propria la verità
indicata e di compierla nella più alta carità possibile ad un cuore
umano.
Ecco allora che ci sono decisioni
che sono dell’apostolo e decisioni di colui che l’apostolo è chiamato ad
illuminare con la luce della divina verità, compresa nella sua più pura
essenza.
Decisione dell’apostolo è trovare
in ogni circostanza la più pura delle verità, la più santa delle carità,
la più elevata speranza. Questa decisione appartiene a lui solo. È sua e
solo lui la può prendere.
Decisione di chi è guidato
dall’apostolo è quella di far sua la verità, la carità, la speranza
prospettata dall’apostolo e compierla come sua propria volontà.
La luce divina proiettata sulla
terra e nei cuori dall’apostolo del Signore deve divenire luce del
singolo, luce propria, come se sgorgasse dal suo cuore e dai suoi occhi
e con essa illuminare l’intera esistenza, fino alla prossima luce ancora
più intensa e più santa.
La verità divina conosciuta per
annunzio si fa verità propria dell’anima; la carità di Cristo
manifestata per predicazione si fa carità del cuore; la speranza della
vita eterna appresa nella sua forma più alta si fa speranza di ogni
sentimento dell’uomo, per cui l’uomo inizia a vedere, ad amare, a
camminare con questa nuova forma di vita, ma non perché gli è imposta
dall’esterno, ma perché nasce dal suo interno, sgorga dal suo cuore,
nasce dalla sua anima.
È questa la spontaneità che Paolo
vuole, che Dio domanda, che lo Spirito Santo suggerisce ai cuori.
È questa la forma sempre santa per
regolare ogni rapporto tra chi ha il posto di Dio nella comunità con chi
si deve lasciare guidare e condurre verso una verità sempre più piena,
più intensa, più santa.
In questo caso si lascia spazio,
tutto lo spazio allo Spirito Santo, il quale potrebbe direttamente
indicare al singolo la via migliore di tutte per amare.
Lo Spirito che si manifesta al
singolo deve essere riconosciuto da chi ha il posto di Dio nella
comunità, perché in seno alla comunità dei figli di Dio, la via indicata
dallo Spirito al singolo possa essere percorsa come vera via di Dio e
non come semplice sentimento o volontà dell’uomo.
È questo il motivo per cui la
decisione deve essere del singolo e non dell’apostolo del Signore.
Deve essere del singolo perché sia
sull’apostolo di Dio che sul singolo chi governa è il Signore e il
Signore si può servire dell’apostolo di Dio per manifestare al singolo
la via migliore di tutte per amare, ma anche si potrebbe servire del
singolo per indicare alla comunità una via più santa sulla quale
incamminarsi.
Se il rapporto non è di libertà,
di spontaneità, chi viene ad essere asservito all’uomo è il Signore. Non
avremo più fede, ma pura idolatria. Si servirebbe l’uomo e non più il
Signore.
Per questo è giusto che l’ultima
decisione spetti alla singola persona e mai all’apostolo del Signore.
Se si rispetterà questa regola, i
frutti di grazia e di verità saranno abbondanti in una comunità,
altrimenti il pericolo è uno solo: si estingue lo Spirito nei cuori,
perché si è spenta la volontà del singolo, si è estinta la sua
spontaneità nel seguire la mozione dello Spirito Santo.
Questa regola non sempre viene
osservata. Una buona sua osservanza sarebbe più che necessaria, più che
utile, sarebbe indispensabile.
[15]Forse per questo è stato
separato da te per un momento perché tu lo riavessi per sempre;
San Paolo in questo versetto fa
teologia della storia, o sapienza degli eventi e degli avvenimenti.
Questa teologia della storia la
possono fare solo coloro che sono a conoscenza dei misteri di Dio,
possiedono la sua sapienza, e sanno con certezza perché cose avvengono
nel mondo.
Chi non possiede questa sapienza
divina, chi non ha la luce viva dello Spirito che lo illumina con verità
eterna su fatti ed avvenimenti che accadono sulla nostra terra, nella
nostra storia, si deve astenere dal proferire giudizi teologici sulla
storia, o di sapienza di Spirito Santo.
Non può perché non conosce la
correlazione tra il prima e il dopo, non sa perché esattamente cose le
avvengono, accadono, succedono.
Nella Scrittura invece troviamo
spesso la frase: “Questo avvenne perché….”.
Chi dice una simile frase è però
un profeta del Dio vivente e noi sappiamo che il profeta ha questo di
particolare: a lui il Signore manifesta la sua volontà, dona la verità
sugli eventi storici che Lui vuole che si conoscano nella loro più
intima essenza di compimento e di realizzazione.
Tutti gli altri ci dobbiamo
astenere dal ripetere una simile frase. Non possiamo dirla, perché il
Signore a noi non ha rivelato la sua intenzione, la sua volontà, il suo
agire.
Onèsimo era di Filèmone. Viveva
con lui una certa relazione. Era pagano e come pagano si rapportava con
il suo proprietario.
Onèsimo scappa da Filèmone.
Incontra Paolo. Questi lo genera alla vita nuova di figlio di Dio, lo
eleva all’altissima dignità di partecipe della divina natura. Mette nel
suo cuore la nuova legge dell’amore. Gli dona nuovi sentimenti e una
nuova mozione: la verità e la speranza che nascono in lui per opera
dello Spirito Santo.
Glielo rimanda nuovo. Gli rimanda
un altro Onèsimo. L’Onèsimo di prima è morto, non esiste più.
Ora c’è un nuovo Onèsimo, un
Onèsimo che è figlio di Dio, che è fratello di Filèmone, che è corpo del
suo corpo, corpo della sua vita, che è parte di sé, come lui è parte di
Cristo.
Glielo rimanda con un cuore nuovo,
un cuore che ama e che ama la condizione in cui si trova, che ama il suo
servizio, che ama soprattutto il suo padrone e lo serve come si serve
Cristo Signore.
Prima era scappato. Sarebbe sempre
potuto scappare di nuovo. Avrebbe sempre potuto liberarsi dalle catene
di ferro. Ora di certo non si libererà più. Il suo cuore è incatenato
al cuore di Filèmone con le catene dell’amore di Cristo Gesù, catene
spirituali, catene divine, catene eterne, catene che non si possono
distruggere, a meno che non si vuole distruggere la propria vita, la
propria nuova esistenza.
Paolo dice a Filèmone: è fuggito
da te da uomo vecchio per ritornare a te da uomo nuovo. È fuggito da te
per rinnovarsi, rigenerarsi, elevarsi, caricarsi di verità, ricolmarsi
di Spirito Santo, mettere nella sua volontà la legge nuova di Cristo.
Paolo dice a Filèmone: è come se
si fosse sottratto da te, come si sottrae un attrezzo per un determinato
tempo, il tempo di farlo tutto nuovo, di restaurarlo in ogni sua parte,
per essere tutto e interamente a tuo servizio.
Paolo dice a Filèmone: Onèsimo non
è fuggito. È venuto da me perché io lo facessi nuovo per te.
Ora che è nuovo, è lui stesso,
spontaneamente che ha deciso di ritornare da te.
Era tuo. Si è fatto nuovo per te.
Secondo l’attuale novità vuole essere tuo per sempre.
Per questo te lo rimando. Per
questo lui stesso viene e ritorna. Ora che ritorna, sarà per sempre tuo,
ma sarà tuo veramente, perché su di lui potrai contare, perché lui ormai
è di Cristo, appartiene a Cristo.
Conta su di lui come conti su
Cristo. Cristo è morto per te, anche lui morirà per te.
Per questo valeva proprio la pena
che ti lasciasse per un momento. Il sacrificio di un istante ti
ricompenserà in modo infinito per sempre. Lui ormai ama con lo stesso
amore di Cristo Gesù.
Al di là della teologia della
storia, della conoscenza della volontà di Dio in un determinato fatto,
c’è un’altra lettura che merita di essere evidenziata in questo
versetto. È la lettura di carità, di amore, di benevolenza, di
misericordia.
Il cuore di Paolo ricco di carità,
di compassione, di amore, di benignità legge secondo questa ricchezza
l’evento di Onèsimo e gliela comunica a Filèmone, perché anche lui legga
i fatti secondo la carità di Dio e di Cristo Gesù e non si fermi invece
a vedere ogni cosa nella più stretta logica delle letture umane che
spesso rovinano i rapporti e inquinano le relazioni in modo
irreparabile.
A questa lettura di carità
dovremmo tutti abituarci. Ma non possiamo leggere gli eventi secondo la
chiave della carità, se l’amore di Cristo e di Dio non ha conquistato
interamente il nostro cuore e non muove il nostro spirito.
Più cresce l’amore in noi e più
facile sarà per noi iniziare a leggere ogni evento secondo la carità di
Cristo e di Cristo Crocifisso.
A questa lettura dobbiamo tutti
tendere. Alla scuola della carità dobbiamo tutti iscriverci. Questa
scuola dobbiamo frequentare. In questa scuola formare il nostro cuore e
il nostro spirito. Questa scuola si frequenta, frequentando la croce di
Cristo e innamorandoci di essa. Chi si innamora della croce di Cristo e
quotidianamente la frequenta, prima o poi imparerà a leggere ogni cosa
secondo la verità e la carità che pendono dalla croce del Signore.
[16]non più però come schiavo, ma
molto più che schiavo, come un fratello carissimo in primo luogo a me,
ma quanto più a te, sia come uomo, sia come fratello nel Signore.
Il rapporto tra Filèmone e Onèsimo
prima era tra proprietario e schiavo.
Era un rapporto umanamente
possibile perché Onèsimo non era ancora cristiano. Era un pagano. Non
era in Cristo, non era corpo di Cristo. Per Filèmone era uno
“straniero”, uno che non gli apparteneva.
Anche se questo ragionamento è
sbagliato ed è sbagliato perché pagano non è Filèmone. Filèmone è
cristiano e il cristiano deve pensare con i pensieri di Cristo e amare
con la carità di Cristo e la carità di Cristo vuole e domanda che si dia
la vita per ogni uomo, allo stesso modo che Cristo diede la vita per
noi.
Il ragionamento di prima non è
perfettamente corretto, esatto, perché Filèmone, avendo scelto Cristo
come suo Maestro e Signore ha scelto come sua propria vocazione quella
di donare la sua vita per ogni uomo, e quindi anche per Onèsimo.
Verso Onèsimo egli è debitore
proprio della sua vita. Deve amarlo di un amore di salvezza globale:
dell’anima, dello spirito, del corpo.
Se deve amarlo così, non potrà più
vederlo come uno schiavo, ma come uno da salvare.
Chi vede l’altro come uno da
salvare, come uno messo da Dio accanto a sé perché gli doni la vita e
nel dono della vita lo salvi, deve necessariamente cambiare ogni
relazione, ogni modo di comportarsi con l’altro.
L’altro non è più straniero.
L’altro è uno affidatomi da Dio per la sua salvezza nel tempo e
nell’eternità.
L’altro è uno a cui devo la mia
vita per la sua salvezza.
Sarebbe sufficiente questo
ragionamento, questa verità, per cambiare ogni relazione tra il
cristiano e ogni altro uomo.
Questa verità ha tanta forza da
stravolgere la storia.
Ma Onèsimo non è più un pagano,
uno “straniero”, non è più un lontano, uno schiavo, un servo.
Onèsimo è stato fatto dalla grazia
corpo di Cristo, come Filèmone è corpo di Cristo, figlio di Dio come
Filèmone è figlio di Dio, fratello di Gesù Cristo come Filèmone è
fratello di Gesù Cristo. In Cristo Filèmone e Onèsimo sono diventati una
cosa sola, un solo corpo, una sola vita, un solo amore, una sola carità,
una sola speranza, una sola verità.
In Cristo Filèmone e Onèsimo sono
divenuti fratelli. In Cristo Paolo, Onèsimo e Filèmone sono fratelli.
Se fratelli, ogni relazione
bisogna che sia vissuta secondo la regola della familiarità e della
consanguineità spirituale.
Tuttavia Paolo aggiunge una verità
di cui in parte si è già accennato. Un uomo che diviene in Cristo una
nuova creatura, acquisisce un nuovo modo di considerare gli uomini. Chi
è in Cristo non può più vederli come li vedeva quando era nell’oscurità
dell’idolatria di questo mondo, che accecava la mente e impediva di
vedere la verità.
Chi è in Cristo nuova creatura, è
prima di tutto nuovo nei pensieri, nella mente, nuovo nella verità,
nella luce, nuovo nella Parola di Cristo, nuovo nella volontà di Dio.
È nuovo perché vede ogni cosa
nella luce della verità nuova che Cristo gli ha fatto riscoprire. La
verità è antica. È nella stessa creazione dell’uomo.
Ma l’uomo a causa del peccato la
ha oscurata.
Qual è questa verità? Che nessun
uomo può essere schiavo di un altro uomo, perché ogni uomo è ad immagine
di Dio e quindi ogni uomo per dignità è uguale ad ogni altro uomo.
Se Filèmone vuole essere di
Cristo, vuole essere nuovo in Cristo, deve iniziare a vedere gli uomini
secondo la verità di Dio e non più secondo le circostanze di peccato che
tanta discriminazione hanno operato, operano, opereranno.
Se Filèmone vuole essere un vero
cristiano, dovrà iniziare a vedere i suoi schiavi pari a lui in dignità.
La dignità l’ha data Dio all’uomo.
Non è Filèmone che dona dignità ai suoi schiavi. Filèmone la può solo
riconoscere, apprezzare. Può cambiare modo di rapportarsi con loro, se
vede in loro Dio, la cui immagine vive in loro.
Ancora. Se è vero cristiano non
solo vedrà in loro l’immagine di Dio, vedrà anche questa immagine
deturpata dal peccato e darà la vita, come Cristo l’ha donata perché
anche loro entrino nella novità di Cristo, entrino cioè a far parte del
mistero della salvezza nella carità di Cristo che vuole avvolgerli
tutti.
Se Filèmone vuole essere vero
discepolo di Cristo deve iniziare a vedere gli uomini come li vedeva e
li vede Cristo Gesù.
Cristo Gesù li vede tutti come
fratelli da salvare, redimere e per loro dona la vita, la consegna alla
morte sulla croce.
Il cristianesimo è vero se è vera
la nozione di uomo all’interno del complesso delle sue verità. Se la
nozione di uomo è falsa, in teoria, o nella pratica, quel cristianesimo
che si professa è falso.
Non è vero, perché non vera è la
concezione dell’uomo che regna in esso.
La verità sull’uomo diviene via
per scoprire la nostra verità su Dio. Come la verità su Dio e su Cristo
si fa l’unico metro per decifrare la verità sull’uomo, su ogni uomo.
Ancor prima di essere cristiano,
Onèsimo è uomo. Ancor prima di essere fratello in Cristo, Onèsimo è
fratello in Dio, nell’unico Padre, Creatore del cielo e della terra.
Questa è la verità sull’uomo.
Questa verità ogni cristiano deve fare sua, altrimenti non solo non è
cristiano, non è neanche uomo secondo la sua essenza creata. Quest’essenza
è sicuramente deturpata dal peccato. Lo attestano i pensieri di non
verità che dimorano nel suo cuore e che turbano le relazioni tra gli
uomini.
La verità di Cristo rimessa nel
cuore del cristiano, porta la verità sull’uomo. Se un solo uomo viene
escluso dalla sua verità, è il segno che la verità di Cristo non abita
nel nostro cuore.
Altra considerazione è questa:
solo Cristo è la verità sull’uomo. Solo Cristo è la grazia di poter
vedere l’uomo nella sua verità e di amarlo secondo questa verità.
Senza Cristo non solo non esiste
verità sull’uomo. Neanche è data la possibilità di amare l’uomo secondo
la sua natura creata.
[17]Se dunque tu mi consideri
come amico, accoglilo come me stesso.
In questo versetto, Paolo si
spoglia della sua autorità di Apostolo. Parla a Filèmone da amico.
Su questo passaggio è giusto che
si faccia una breve riflessione. Lo richiede la metodologia cristiana
dell’annunzio della verità evangelica e della sua diffusione nei cuori
dei fratelli.
L’amicizia è più forte che la
fratellanza. È più forte che ogni altro legame.
L’amicizia dice che tra due
persone vi è un legame non solo di sangue, come nella fratellanza
terrena, non solo di verità e di carità, come potrebbe essere nella
fratellanza spirituale. Siamo un solo corpo in Cristo e quindi una sola
carità e un solo amore.
L’amicizia dice che vi è una
comunione di anima, di spirito, di cuore, di sentimenti, di volontà.
L’amicizia è la forma più grande
dell’unità tra due persone.
Nell’amicizia non può esserci
difformità di volontà, di sentimenti, di operazioni.
Nell’amicizia l’amore è così
profondo che si giunge fino a dare la vita per l’altro.
Paolo cosa fa ora. Opera una vera
sostituzione. Si sostituisce ad Onèsimo. Chiede a Filèmone che non veda
Onèsimo, veda in Onèsimo Paolo.
Accogliendo Onèsimo, Filèmone
accoglie Paolo, senza alcuna differenza, o distinzione di sorta.
L’identità deve essere perfetta,
piena, totale. Paolo è Onèsimo. Filèmone amerà Onèsimo come ama Paolo.
Come è capace di dare la vita per Paolo, così deve essere capace di dare
la vita per Onèsimo.
L’identificazione fa parte del
mistero stesso dell’incarnazione. Cristo Gesù facendosi uomo, si è in
certo qual modo identificato con ogni uomo, si è messo al posto di ogni
uomo, si è offerto al posto di ogni uomo, è morto in croce al posto di
ogni uomo.
Paolo non osa chiedere a Filèmone
che si identifichi con Onèsimo alla stessa maniera in cui Cristo si è
identificato con lui, fino a prendere il suo posto sulla croce. Questa
identificazione è il sommo della perfezione cristiana. Verso questa
identificazione bisogna sempre camminare, avanzare, progredire.
Se avesse chiesto questo, avrebbe
domandato a Filèmone di portare un peso oltre le sue stesse forze.
Ha chiesto invece un peso che lui
può portare. Lui ama Paolo. Vedendo Paolo in quel servo, gli sarebbe
stato assai facile trattarlo con lo stesso amore con il quale di sicuro
avrebbe trattato Paolo, se fosse stato nella sua casa.
È questa vera strategia di amore.
Solo lo Spirito Santo conosce il cuore dell’altro e solo Lui può dettare
le norme, la via, le regole dell’amore.
Perché questo accada, è necessario
che lo Spirito Santo sia forte dentro di noi. Vivendo in noi, suggerisce
al nostro cuore le vie da segnalare ai fratelli perché amino secondo la
volontà di Dio, amino secondo il grado attuale della loro forza di
carità e di fede.
Quando invece lo Spirito del
Signore non è in noi, dinanzi ai nostri occhi non c’è più l’uomo, c’è la
dura legge da impartire, insegnare, inculcare.
La dura legge se non è data
secondo la misura dello Spirito Santo, diventa per l’altro un peso
insopportabile e viene rifiutata.
Da qui l’obbligo per chiunque ha
un ministero di responsabilità per rapporto alla verità e alla carità da
insegnare ai fratelli che in lui vi abiti e vi dimori con tutta la
potenza della sua verità lo Spirito Santo.
Solo Lui può suggerire, attraverso
vie che solo Lui conosce, la misura dell’amore da indicare ai fratelli
perché amino nella storia secondo il cuore di Cristo, ma anche secondo
il peso che loro riescono a portare.
Tutta la pastorale della Chiesa
senza questo principio diviene dura legge, o addirittura non legge.
Si fa imposizione insopportabile,
assoluto rigorismo, oppure lassismo ed esagerata autonomia ed
indipendenza dalla verità evangelica.
Solo lo Spirito Santo può creare
quel giusto equilibrio che dona pace ai cuori e desiderio di amare
secondo il cuore di Cristo e di Dio.
Su questa norma naufragano tutti i
piani pastorali, quando nel cuore dei pastori non vive lo Spirito Santo
del Signore.
[18]E se in qualche cosa ti ha
offeso o ti è debitore, metti tutto sul mio conto.
Ancora un suggerimento di divina
saggezza. Filèmone è un discepolo di Cristo. Non ha però la perfezione
di Cristo. Non vive nella pienezza della santità di Cristo. Non è
esercitato nella carità crocifissa di Cristo Gesù.
San Paolo sa cosa può chiedere, sa
cosa non può chiedere, cosa soprattutto non deve chiedere.
Non sbaglia in questo solo chi è
mosso e condotto dallo Spirito del Signore. Chi non è mosso, o non è
condotto di certo sbaglierà e le conseguenze saranno di vero disastro
all’interno del popolo di Dio, e anche fuori di esso.
Paolo sa che Onèsimo, fuggendo dal
suo padrone, un qualche danno lo avrà pure provocato. È giustizia che vi
sia una giusta riparazione. Anche nell’amore la riparazione è giusta
cosa. La redenzione è anche riparazione. È riparazione per sacrificio,
per sostituzione.
Paolo ha chiesto a Filèmone che
veda lui al posto di Onèsimo. La sostituzione deve essere in tutto, nel
dare e nell’avere.
Filèmone deve amare Onèsimo.
Onèsimo deve riparare i danni provocati, le offese inferte.
Anche in questo Paolo opera la
sostituzione. Provvederà Lui a saldare ogni debito.
Filèmone dovrà rifarsi su Paolo,
non su Onèsimo. Onèsimo deve essere soltanto trattato come se fosse
Paolo. Paolo che ha preso il posto di Onèsimo penserà a soddisfare ogni
pena contratta da Onèsimo prima della fuga e in ragione della fuga.
È questa la legge della vera
santità. È la proclamazione dell’amore che si fa soddisfazione.
L’amore che Filèmone ha verso
Paolo e che riversa tutto su Onèsimo non libera Onèsimo dalla
riparazione delle offese o dei debiti acquisiti.
Lui è obbligato ad estinguere ogni
debito. Paolo questo lo sa. È regola di giustizia perfetta.
L’altro può anche condonare il
debito contratto. Lo può condonare nel suo cuore, lo può condonare
apertamente, comunicandolo all’interessato.
Paolo non chiede il condono del
debito contratto da Onèsimo. Chiede invece che lo metta sul suo conto.
Sarà lui a soddisfarlo.
Filèmone può nella sua libertà
anche condonarlo, può dire a Paolo che non c’è più nessun conto quanto
ad avere. Il conto è aperto solo nel dare il suo amore tutto ad Onèsimo.
Questo non deve mai significare
che il semplice fatto che si chieda all’altro di entrare nel suo amore,
automaticamente si chieda anche il condono dei debiti contratti.
Amore e debito da soddisfare non
sono la stessa cosa. La soddisfazione è sempre obbligatoria. A meno che
l’altro di sua spontanea volontà non la cancelli, non l’annulli, non la
azzeri.
Su questo principio della
soddisfazione c’è tanto da dire, tanto da fare, soprattutto ci sono
tante idee da correggere, purificare, nobilitare, portare nella verità
di Cristo e di Dio.
È un cammino che bisogna operare
ed operarlo presto, assai presto. Una società che vuole reggersi nella
carità di Cristo non può prescindere dalla soddisfazione del debito
morale o materiale contratto.
La soddisfazione deve essere legge
evangelica per tutti i cuori. Oggi è proprio questa soddisfazione che
manca, che è dichiarata inutile, vana. Invece no! Essa deve essere
inculcata, insegnata, proclamata ad ogni cuore, perché sappia che senza
soddisfazione non c’è vero amore. L’altro può anche non richiederla, ma
è nostro obbligo offrirla. È nostro preciso dovere donarla.
In questo momento mi viene in
mente la confessione di Zaccheo. Egli è disposto alla soddisfazione, ma
non ad una soddisfazione qualsiasi, è pronto per una soddisfazione in
tutto secondo la legge, aggiungendovi ad essa l’immensa e sconfinata
legge della carità di Cristo.
Ecco il racconto della sua
conversione (Lc 19,1-10):
“Entrato in Gerico,
attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei
pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli
riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura.
Allora corse avanti e, per
poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando
giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: Zaccheo, scendi
subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua.
In fretta scese e lo accolse
pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: E` andato ad alloggiare
da un peccatore. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore:
Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e
se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto.
Gesù gli rispose: Oggi la
salvezza è entrata in questa casa, perché anch'egli è figlio di Abramo;
il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era
perduto”.
È questa la grandezza di Paolo.
Conosce la legge della giustizia, conosce la legge della carità, conosce
ed attua, perché solo e tutta la volontà di Dio si compia in ogni cosa.
Il Signore ci conceda di conoscere
l’una e l’altra legge, di osservare l’una e l’altra legge: della
giustizia e della carità.
Il Signore ci conceda di sapere
che non può esserci vero amore senza giustizia e che la giustizia deve
essere posta a fondamento di ogni vero amore.
[19]Lo scrivo di mio pugno, io,
Paolo: pagherò io stesso. Per non dirti che anche tu mi sei debitore e
proprio di te stesso!
Paolo sigilla quanto ha detto,
cioè: metti tutto sul mio conto, autenticando la Lettera con la
sua scrittura.
Lui, Paolo in persona, scrive di
suo pugno: pagherò io stesso.
Perché Paolo sente la necessità di
autenticare la sua lettera? Non era sufficiente il contenuto per
convincere Filèmone dell’autenticità del pensiero di Paolo?
Quando si tratta di questioni di
giustizia, nessun dubbio deve rimanere nel cuore dell’altro, nessuna
incertezza, nessun’altra idea.
Nelle questioni di giustizia la
chiarezza deve essere somma, come anche chiaro deve essere l’impegno
degli uni e degli altri.
La Scrittura conosce il cuore
dell’uomo. Sa l’inganno che vi regna in esso. Sa i dubbi che esso
genera. Sa le confusioni che provoca. Le ambiguità sono innumerevoli,
come anche i sotterfugi e ogni altro genere di pensieri non santi, non
giusti, non buoni, non veri, non equi, non onesti.
Tra Paolo e Timoteo non solo deve
regnare la più alta giustizia, giustizia perfetta, santa.
Anche le forme, le modalità devono
essere chiare, giuste, sante, perfette.
È modalità santa che sia data ogni
garanzia all’altro. È modalità perfetta che tali garanzie appaiono fin
da subito inequivocabili.
Così, sigillando la Lettera con la
sua grafia personale, Filèmone non può avere più dubbi. Paolo in persona
garantisce per Onèsimo.
Onèsimo può essere accolto nella
pace, senza alcun debito di giustizia.
È bella la chiarezza. È bellissima
l’onesta. Ma ancora più bella è la prevenzione di ogni pensiero, anche
recondito del cuore.
Far sì che un pensiero non nasca
nel cuore, questo è il vero amore, la vera pace, la vera armonia che
ogni uomo dovrebbe cercare.
Questa ricerca suppone però un
cuore puro, limpido, amante della giustizia, fondato interamente sulla
carità, intessuto dello stesso amore di Cristo Gesù.
È un cammino verso il quale tutti
dobbiamo addentrarci. Da questo cammino molta armonia e molta pace
nasceranno sulla nostra terra.
Paolo però ha un alto senso di
giustizia. La giustizia per lui è l’esatta corrispondenza tra il dare e
l’avere.
In Paolo la giustizia ha due
piani: quello materiale e l’altro spirituale e questi due piani sono
intercambiabili.
La giustizia materiale può essere
soddisfatta da quella spirituale e quella spirituale da quella
materiale, senza alcuna differenza.
Onèsimo è debitore verso Filèmone
di qualcosa di materiale. Filèmone è debitore presso Paolo della sua
stessa vita.
Filèmone ha ricevuto da Paolo la
nuova vita, la salvezza, ogni bene divino, la Parola della verità. Egli
lo ha rigenerato nello spirito e nell’anima.
Filèmone è debitore verso Paolo
della sua vita spirituale. Questo debito egli non lo ha ancora estinto.
Cosa potrà fare per estinguere il
debito verso Paolo? Estinguendo ogni debito di Onèsimo nei suoi
confronti.
Questa sarebbe veramente giustizia
perfetta.
Ricompare in questa affermazione
di Paolo un altro aspetto della giustizia. Essa può essere esercitata in
tutto il Corpo Mistico di Cristo, anzi in tutto il Corpo dell’umanità.
Un dovere di giustizia si può
soddisfare direttamente e indirettamente. La forma indiretta è giusta
quanto quella diretta, ad una condizione: che colui verso il quale è il
nostro debito lo sappia e lo voglia.
Questa forma di soddisfazione
allarga in modo infinito le modalità di fare il bene sulla terra. Chi ha
ricevuto il bene, può ricambiare il bene, estinguendo il suo debito,
verso coloro che sono nel bisogno, vivono perennemente in stato di
necessità.
Anche il nostro debito verso Dio
si può estinguere beneficando i poveri. Le opere di misericordia, sia
corporali, che spirituali, sono lo strumento posto da Dio nelle nostre
mani per estinguere ogni debito di giustizia, quanto alla pena, non alla
colpa, contratto nei suoi riguardi.
È inutile dire che su questo
argomento c’è ignoranza quasi assoluta. Una buona formazione spronerebbe
la crescita del bene in modo sorprendente.
La mancata formazione nel popolo
di Dio è grave peccato di omissione.
Le applicazioni di questa regola
di giustizia sarebbero poi oltremodo sorprendenti.
[20]Sì, fratello! Che io possa
ottenere da te questo favore nel Signore; da’ questo sollievo al mio
cuore in Cristo!
Paolo è mosso dallo Spirito Santo,
ma anche dal grande amore che ha per Cristo Gesù.
Il suo cuore non trova riposo
finché l’amore di Cristo non sia tutto in Filèmone sì da renderlo capace
di compiere l’opera che gli è stata richiesta, il desiderio che Paolo
gli ha manifestato.
In questo versetto Paolo però
innalza il tono della sua preghiera, del suo desiderio. Pone Cristo al
centro, mette il Signore tra lui e Filèmone.
Paolo sa che Cristo gli ha dato la
vita. Il dono che Cristo gli ha fatto della vita lo obbliga a dare la
vita a Cristo.
Si dona la vita a Cristo,
donandola ai fratelli, consegnandola a Dio per la loro salvezza.
Filèmone deve dare la vita a
Cristo. Cristo, a cui deve dare la vita, in questo preciso momento è
Onèsimo.
Onèsimo è il Cristo che gli ha
dato la vita. A Onèsimo Filèmone deve dare la vita.
Come gli darà la vita,
accogliendolo come Cristo, servendolo come Cristo, amandolo come Cristo,
condonando ogni debito come se lo condonasse a Cristo.
Tra Filèmone e Cristo c’è un
debito non di qualcosa, ma dell’intera vita. Ora se Filèmone deve a
Cristo l’intera vita, cosa possono essere i piccoli debiti materiali di
Onèsimo nei suoi confronti?
Nulla. Proprio nulla. Niente di
niente.
Li può rimettere tutti e ancora
resta il debito verso Cristo dell’intera vita. Ancora non ha estinto il
suo debito di amore e di giustizia nei confronti di Cristo.
Filèmone è chiamato da Paolo a
vedere ogni cosa in Cristo. A non considerare più né Paolo e né Onèsimo.
Egli deve vedere solo Cristo, il
suo debito verso Cristo, la sua relazione verso Cristo, la sua carità
verso Cristo, il suo amore verso Cristo. Dopo aver pesato il suo debito,
tutto, per intero, egli liberamente potrà decidere da solo che è
conveniente estinguere quello di Onèsimo.
Lo farà anche per amicizia verso
Paolo. Lo farà pure per un dovere di giustizia nei confronti
dell’Apostolo del Signore. Ma ancor prima e ancor più dovrà farlo per
corrispondenza di carità verso Gesù Signore.
È nel Signore che Filèmone dovrà
recare conforto al suo cuore ed è in Cristo che dovrà estinguere il suo
debito.
Come si può constatare Paolo ha
una visione soprannaturale dei rapporti tra gli uomini.
Se noi non ci eleviamo a questa
visione, se non relazioniamo ogni cosa a Cristo Gesù, al mistero della
sua croce, al Suo Corpo spezzato e al Suo Sangue versato per noi,
difficilmente possiamo vivere secondo giustizia le nostre relazioni
umane.
Se invece vediamo tutto in Dio, in
Cristo, nello Spirito Santo, nel Corpo mistico di Cristo, allora tutto
per noi cambia, si modifica, acquista nuova vita, perché il mistero nel
quale siamo stati immersi obbliga a cambiare anche i pensieri della
mente e i desideri del cuore.
Cristo è la nostra novità. In
Cristo ogni cosa per noi deve essere nuova.
Fuori di Cristo e del suo mistero
invece tutto è vecchio, anche se a noi sembra nuovo e moderno, attuale.
[21]Ti scrivo fiducioso nella tua
docilità, sapendo che farai anche più di quanto ti chiedo.
Paolo è uomo dalla profonda
conoscenza del mistero di Dio, ma anche acuto osservatore dei pensieri
degli uomini.
Egli conosce il cuore di Dio e il
cuore degli uomini.
Conosce l’uno e l’altro cuore
nello Spirito Santo, la luce che squarcia ogni tenebra, la luce che
rivela quanto è nascosto.
Nulla può nascondersi dinanzi alla
luce dello Spirito Santo. Nulla può rimanere nascosto, quando la luce
brilla su di un cuore.
Paolo è stato dotato di questa
luce soprannaturale, divina, eterna. Con questa luce egli conosce ogni
cuore.
Sa cosa c’è in ogni cuore. Il
Signore gli ha dato questa conoscenza, perché gli serve per la sua
missione evangelizzatrice e perché possa svolgerla sempre al meglio
delle sue possibilità e capacità.
Filèmone è uomo docile,
pieghevole, arrendevole alla verità.
Una volta che ha conosciuto la
verità, alla verità si arrende, accogliendola nel suo cuore, vivendola
nella sua vita. Uno si arrende alla verità non solo quando l’ascolta e
la mette nel suo spirito, ma soprattutto quando la fa uscire dal suo
spirito per trasformarla in vita.
Paolo ha fiducia in Filèmone
perché lo sa come uno che è docile alla verità, che vive per la verità,
che la verità cerca. Chi cerca la verità, cerca anche la carità,
l’amore, perché la verità è la nostra legge di amore, di carità, di
giustizia vera tra gli uomini.
Inoltre chi è docile alla verità,
chi cerca la carità, una volta che è entrato nel principio della verità
e della carità, non può arrestarsi all’applicazione iniziale di esso.
Deve portarlo al suo massimo compimento, alla più perfetta delle
realizzazioni.
Egli è obbligato ad estendere il
principio a tutto ciò su cui il principio deve essere e può essere
esteso.
Se questo non lo fa, egli non è
docile alla verità. Egli non è arrendevole alla verità, né accogliente
della verità.
La verità si deve accogliere in se
stessa. Accogliendola in se stessa, la si accoglie in ogni suo possibile
sviluppo, sia presente che futuro.
Precludere un solo sviluppo alla
verità, alla carità, è non accogliere la verità, è non amare la carità.
La verità è un albero dai molti
rami, chi accoglie l’albero deve accogliere ogni ramo che dall’albero si
sviluppa e ogni frutto che ogni ramo produce.
Questa è vera accoglienza della
verità, altrimenti non è accoglienza, è chiusura alla verità, non
apertura.
Essendo Filèmone docile alla
verità, egli sarà anche capace di fare di più di quanto Paolo gli ha
chiesto.
Ma cosa Paolo non gli ha chiesto
che Filèmone è già disposto a fare?
Se veramente Filèmone è docile
verso la verità egli deve estendere il principio di giustizia verso
Onèsimo ad ogni altro schiavo che vive nella sua casa.
Ogni altro schiavo deve amarlo con
lo stesso amore con cui Cristo ha amato lui, Filèmone.
Non si tratta si renderlo libero,
affrancarlo, o di tenerlo in schiavitù. Si tratta di amarlo come Cristo
ha amato lui e Cristo lo ha amato donandogli la vita.
La vita di Filèmone è di tutti gli
schiavi che sono nella sua casa, che sono nel mondo. È di ogni altro
uomo che è nella sofferenza, nel dolore, nelle angustie.
A costoro la vita di Filèmone
appartiene, perché a loro appartiene la vita di Cristo e la vita di
Cristo è ora quella di Filèmone.
La docilità alla verità comporta
uno sviluppo veramente impensabile della stessa verità, della carità.
Filèmone ora sa che Paolo è
Onèsimo, che Onèsimo è Cristo. Sa anche che la sua vita è vita di
Cristo. Quindi è vita di Paolo, di Onèsimo.
Sa però che è anche di ogni altro
uomo, chiunque esso sia, cristiano o pagano, perché la vita di Cristo è
stata donata per la salvezza dell’uomo e non c’è vera vita di Cristo se
non è vita donata per la salvezza dell’uomo.
Se la vita di Filèmone è vita di
Cristo, questa vita è già donata per la salvezza di ogni uomo, e non c’è
vera salvezza finché uno è schiavo e l’altro è libero, finché uno è
povero e l’altro è nell’abbondanza, finché uno muore di fame e l’altro
muore per ingordigia.
Non c’è vera vita di Cristo finché
Filèmone non avrà dato la sua vita interamente a Cristo, ma Cristo sono
tutti i suoi schiavi, Cristo sono tutti gli altri schiavi che vivono nel
mondo intero.
Cristo sono tutti i poveri della
terra e i diseredati dalla superbia, dall’orgoglio, dalla cupidigia e
dall’avarizia dell’uomo.
A tutti questi la nostra vita
appartiene, perché Cristo a loro ha dato la sua vita e la sua vita è la
nostra.
Filèmone farà di più, perché darà
pieno sviluppo al principio di verità che Paolo gli ha appena
annunziato.
Lo sviluppo di questo principio,
da solo, è capace di rinnovare l’intero pianeta.
Il mondo intero potrà essere
portato su un altro livello, se riuscissimo a liberare il cristiano
dalla sua chiusura alla verità e immergerlo nella pienezza di essa.
La docilità alla verità è la via
della salvezza del mondo. Che non si cerchino altre vie, perché altre
vie non esistono.
La verità vi farà liberi e la
docilità ad essa.
Chi ha compreso questo principio
di verità e di docilità alla verità sarà in grado di trarre tutte le
possibili conseguenze in ordine ai suoi obblighi e ai suoi impegni verso
la verità e verso la docilità alla verità.
Ognuno potrebbe fare un piccolo
esercizio, interrogandosi in che cosa deve essere docile alla verità e
quali sviluppi accogliere nel suo cuore e nella sua vita.
[22]Al tempo stesso preparami un
alloggio, perché spero, grazie alle vostre preghiere, di esservi
restituito.
Paolo sa che la sua vita è nelle
mani di Dio. Ora egli è in carcere, è prigioniero. Non sappiamo dove e
quando subì questa prigionia.
Egli ha una certezza nel cuore,
una speranza: sarà un giorno restituito alla comunità cristiana.
Lo sarà perché la comunità prega
perché venga restituito ad essa e Dio ascolta sempre la preghiera della
sua Chiesa per il bene della Chiesa tutta.
L’esempio dell’esaudimento della
preghiera della Chiesa per i suoi Apostoli lo troviamo negli Atti degli
Apostoli.
Anche Pietro era in carcere. Fu
liberato dall’Angelo. Una preghiera incessante saliva a Dio da tutta la
Chiesa.
Inoltre abbiamo l’altra
liberazione prodigiosa di Paolo, anch’essa raccontata negli Atti degli
Apostoli.
Il Signore libera per amore dei
suoi figli. Libera quando la liberazione serve alla Chiesa. Quando
invece serve o il carcere, o l’effusione del sangue per il bene della
Chiesa, il Signore permette che la storia faccia il suo corso.
Dell’una e dell’altra liberazione
ecco cosa dicono gli Atti degli Apostoli:
Sulla liberazione di Pietro dal
carcere (At 12,1-17):
“In quel tempo il re Erode
cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di
spada Giacomo, fratello di Giovanni.
Vedendo che questo era gradito
ai Giudei, decise di arrestare anche Pietro. Erano quelli i giorni degli
Azzimi. Fattolo catturare, lo gettò in prigione, consegnandolo in
custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, col proposito
di farlo comparire davanti al popolo dopo la Pasqua.
Pietro dunque era tenuto in
prigione, mentre una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa
per lui.
E in quella notte, quando poi
Erode stava per farlo comparire davanti al popolo, Pietro piantonato da
due soldati e legato con due catene stava dormendo, mentre davanti alla
porta le sentinelle custodivano il carcere. Ed ecco gli si presentò un
angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco
di Pietro, lo destò e disse: Alzati, in fretta!. E le catene gli caddero
dalle mani.
E l'angelo a lui: Mettiti la
cintura e legati i sandali. E così fece. L'angelo disse: avvolgiti il
mantello, e seguimi! Pietro uscì e prese a seguirlo, ma non si era
ancora accorto che era realtà ciò che stava succedendo per opera
dell'angelo: credeva infatti di avere una visione. Essi oltrepassarono
la prima guardia e la seconda e arrivarono alla porta di ferro che
conduce in città: la porta si aprì da sé davanti a loro. Uscirono,
percorsero una strada e a un tratto l'angelo si dileguò da lui.
Pietro allora, rientrato in sé,
disse: Ora sono veramente certo che il Signore ha mandato il suo angelo
e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che si attendeva il
popolo dei Giudei.
Dopo aver riflettuto, si recò
alla casa di Maria, madre di Giovanni detto anche Marco,
dove si trovava un buon numero di persone raccolte in
preghiera.
Appena ebbe bussato alla porta
esterna, una fanciulla di nome Rode si avvicinò per sentire chi era.
Riconosciuta la voce di Pietro, per la gioia non aprì la porta, ma corse
ad annunziare che fuori c'era Pietro. Tu vaneggi! le dissero. Ma essa
insisteva che la cosa stava così. E quelli dicevano: E` l'angelo di
Pietro.
Questi intanto continuava a
bussare e quando aprirono la porta e lo videro, rimasero stupefatti.
Egli allora, fatto segno con la mano di tacere, narrò come il Signore lo
aveva tratto fuori del carcere, e aggiunse: Riferite questo a Giacomo e
ai fratelli. Poi uscì e s'incamminò verso un altro luogo.
Sulla liberazione di Paolo dal
carcere (At 16):
“C'era ad ascoltare anche una
donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira,
una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle
parole di Paolo. Dopo esser stata battezzata insieme alla sua famiglia,
ci invitò: Se avete giudicato ch'io sia fedele al Signore, venite ad
abitare nella mia casa. E ci costrinse ad accettare.
Mentre andavamo alla preghiera,
venne verso di noi una giovane schiava, che aveva uno spirito di
divinazione e procurava molto guadagno ai suoi padroni facendo
l'indovina. Essa seguiva Paolo e noi gridando: Questi uomini sono servi
del Dio Altissimo e vi annunziano la via della salvezza. Questo fece per
molti giorni finché Paolo, mal sopportando la cosa, si volse e disse
allo spirito: In nome di Gesù Cristo ti ordino di partire da lei. E lo
spirito partì all'istante. Ma vedendo i padroni che era partita anche la
speranza del loro guadagno, presero Paolo e Sila e li trascinarono nella
piazza principale davanti ai capi della città; presentandoli ai
magistrati dissero: Questi uomini gettano il disordine nella nostra
città; sono Giudei e predicano usanze che a noi Romani non è lecito
accogliere né praticare.
La folla allora insorse
contro di loro, mentre i magistrati, fatti strappare loro i vestiti,
ordinarono di bastonarli e dopo averli caricati di colpi, li gettarono
in prigione e ordinarono al carceriere di far buona guardia.
Egli, ricevuto quest'ordine, li
gettò nella cella più interna della prigione e strinse i loro piedi nei
ceppi. Verso mezzanotte Paolo e Sila, in
preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i carcerati stavano ad
ascoltarli.
D'improvviso venne un terremoto
così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito tutte
le porte si aprirono e si sciolsero le catene di tutti. Il carceriere si
svegliò e vedendo aperte le porte della prigione, tirò fuori la spada
per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. Ma Paolo gli
gridò forte: Non farti del male, siamo tutti qui.
Quegli allora chiese un lume,
si precipitò dentro e tremando si gettò ai piedi di Paolo e Sila; poi li
condusse fuori e disse: Signori, cosa devo fare per esser salvato?
Risposero: Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia.
E annunziarono la parola del
Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. Egli li prese allora in
disparte a quella medesima ora della notte, ne lavò le piaghe e subito
si fece battezzare con tutti i suoi; poi li fece salire in casa,
apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per
avere creduto in Dio.
Fattosi giorno, i magistrati
inviarono le guardie a dire: Libera quegli uomini! Il carceriere
annunziò a Paolo questo messaggio: I magistrati hanno ordinato di
lasciarvi andare! Potete dunque uscire e andarvene in pace.
Ma Paolo disse alle guardie: Ci
hanno percosso in pubblico e senza processo, sebbene siamo cittadini
romani, e ci hanno gettati in prigione; e ora ci fanno uscire di
nascosto? No davvero! Vengano di persona a condurci fuori!.
E le guardie riferirono ai
magistrati queste parole. All'udire che erano cittadini romani, si
spaventarono; vennero e si scusarono con loro; poi li fecero uscire e li
pregarono di partire dalla città. Usciti dalla prigione, si recarono a
casa di Lidia dove, incontrati i fratelli, li esortarono e poi
partirono”.
La potenza della preghiera è forza
travolgente. La storia sempre si piega al volere del Signore quando una
comunità prega per il suo bene.
La Chiesa delle origini sapeva
pregare. Paolo sa pregare. I frutti di questa preghiera sono evidenti.
Lo attesta l’impossibilità della storia per Pietro; lo manifesta la
prodigiosità dell’intervento divino per Paolo.
La vita di Pietro, di Paolo, di
ogni altro servo del Signore è nelle mani di Dio. È anche nel cuore di
chi prega. Chi prega, penetra nel cuore di Dio e lo spinge ad
intervenire per il bene supremo della salvezza.
Questa certezza di fede che si
trasforma in preghiera deve dimorare in ogni cuore. La preghiera edifica
la Chiesa. È questa la fede di ogni servo fedele del Signore.
Paolo è certo. Ha questa fede. Non
resterà a lungo nel carcere perché la Chiesa prega per lui.
[23]Ti saluta Epafra, mio
compagno di prigionia per Cristo Gesù,
Di Epafra esistono nel Nuovo
Testamento alcuni brevissimi passaggi:
“… Che avete appresa da Epafra,
nostro caro compagno nel ministero; egli ci supplisce come un fedele
ministro di Cristo” (Col 1,7).
Qui viene definito nostro compagno
nel ministero. Supplisce Paolo come un fedele ministro di Cristo.
Su queste espressioni di Paolo si
rimanda alla trattazione specifica e particolareggiata già fatta nella
Lettera ai Colossesi.
“Vi saluta Epafra, servo di
Cristo Gesù, che è dei vostri, il quale non cessa di lottare per voi
nelle sue preghiere, perché siate saldi, perfetti e aderenti a tutti i
voleri di Dio” (Col 4,12).
Anche su questo versetto si è già
detta ogni cosa. Si rimanda all’apposita Lettera di Paolo.
In questa Lettera, quella a
Filèmone per intenderci, Epafra è presentato come compagno di prigionia
per Cristo Gesù.
Anche lui fu arrestato per Cristo.
Tuttavia non possiamo definire dalla brevità della frase, se è stato, o
è attualmente compagno di prigionia.
Questo ha poca importanza, dal
momento che a quei tempi i cristiani uscivano ed entravano dalle
carceri. A volte entravano solamente. La morte li attendeva e loro
offrivano il sacrificio della loro vita al Signore.
Ciò che merita di essere
evidenziato è questo: a quei tempi la comunione era nella gioia e nel
dolore, nella libertà e nella prigionia, nella vita e nella morte.
Era una comunione visibile e non
solo invisibile.
A questa comunione visibile
dovremmo tutti tendere.
Oggi questa comunione visibile è
solo per qualche bene spirituale. Manca del tutto, o quasi per il beni
materiali.
Se la comunione non diviene
perfetta, visibilmente e invisibilmente, nelle cose della materia e in
quelle dello spirito, la Chiesa vive in situazione di sofferenza. È
nella sofferenza perché c’è in essa assenza di vita piena.
La vita piena di una comunità è
solo nella perfetta comunione, nella vita e nella morte, nella gioia e
nel dolore, nelle fatiche e nelle sofferenze.
Essa deve abbracciare tutti i
momenti della vita, sia del singolo che della comunità, sia pubblica che
privata.
[24]con Marco, Aristarco, Dema e
Luca, miei collaboratori.
Di Marco nel Nuovo testamento
conosciamo:
“Dopo aver riflettuto, si recò
alla casa di Maria, madre di Giovanni detto anche Marco, dove si trovava
un buon numero di persone raccolte in preghiera”.
“Barnaba e Saulo poi, compiuta
la loro missione, tornarono da Gerusalemme prendendo con loro Giovanni,
detto anche Marco”.
“Barnaba voleva prendere
insieme anche Giovanni, detto Marco”.
“Il dissenso fu tale che si
separarono l'uno dall'altro; Barnaba, prendendo con sé Marco, s'imbarcò
per Cipro”. (At 12,12.25; 15,37.39).
“Vi salutano Aristarco, mio
compagno di carcere, e Marco, il cugino di Barnaba, riguardo al quale
avete ricevuto istruzioni se verrà da voi, fategli buona accoglienza “
(Col 4,10).
“Solo Luca è con me. Prendi
Marco e portalo con te, perché mi sarà utile per il ministero”
(2Tim 4,11).
“Vi saluta la comunità che è
stata eletta come voi e dimora in Babilonia; e anche Marco, mio figlio”
(1Pt 5,13).
Nella Prima Lettera di Pietro
Marco è detto figlio. È figlio di Pietro secondo lo spirito.
Quanto è detto in altre parti è
già stato trattato e a quelle trattazioni si rimanda.
Si sono riportati i passi, per
avere subito alla mente sia i riferimenti, che il pensiero del Nuovo
Testamento. Questo serve per inquadrare meglio con più esattezza il
personaggio in questione.
Di Aristarco abbiamo notizie in:
“Tutta la città fu in subbuglio
e tutti si precipitarono in massa nel teatro, trascinando con sé Gaio e
Aristarco macèdoni, compagni di viaggio di Paolo”.
“Lo accompagnarono Sòpatro di
Berèa, figlio di Pirro, Aristarco e Secondo di Tessalonica, Gaio di
Derbe e Timòteo, e gli asiatici Tìchico e Tròfimo”.
“Salimmo su una nave di
Adramitto, che stava per partire verso i porti della provincia d'Asia e
salpammo, avendo con noi Aristarco, un Macèdone di Tessalonica”
(At 19, 29;20,4; 27,2).
“Vi salutano Aristarco, mio
compagno di carcere, e Marco, il cugino di Barnaba, riguardo al quale
avete ricevuto istruzioni se verrà da voi, fategli buona accoglienza”
(Col 4,10).
Anche per Aristarco vale quanto è
stato detto per gli altri. Si rimanda cioè alle trattazioni specifiche.
Di Dema è detto invece nella
seconda a Timoteo che ha preferito il secolo presente. Ora invece Paolo
lo definisce suo collaboratore.
Dobbiamo supporre o che sia
ritornato in seno alla comunità cristiana, oppure che la Lettera a
Filèmone sia stata scritta prima della Seconda a Timoteo.
Le notizie sono veramente poche,
per azzardare qualche ipotesi:
“Vi salutano Luca, il caro
medico, e Dema” (Col 4,14).
“Perché Dema mi ha abbandonato
avendo preferito il secolo presente ed è partito per Tessalonica;
Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia”. (2Tim 4,10).
Anche di Luca conosciamo assai
poco.
“Vi salutano Luca, il caro
medico, e Dema” (Col 4,14).
“Solo Luca è con me. Prendi
Marco e portalo con te, perché mi sarà utile per il ministero”.
(2Tim 4,11).
Marco, Aristarco, Dema e Luca,
sono detti da Paolo “miei collaboratori”, collaboratori cioè sia nella
missione evangelizzatrice che nella cura pastorale delle comunità.
[25]La grazia del Signore Gesù
Cristo sia con il vostro spirito.
È questo l’augurio finale. Paolo
augura che la grazia del Signore Gesù Cristo sia con lo spirito non solo
di Filèmone, ma con tutta la comunità che si raduna nella sua casa, che
vive in quel determinato territorio.
Augurare la grazia del Signore
Gesù Cristo deve avere un solo significato: che sia la grazia a vivere
in loro, a muovere il loro cuore, la loro volontà, i loro sentimenti, a
santificare la loro anima e il loro corpo.
Il cristiano deve: vivere in
grazia, dimorare nella grazia, crescere nella grazia, abbondare di
frutti spirituali nella grazia del Signore Gesù Cristo.
Per Paolo la grazia è la vita di
Dio che prende possesso della vita di un uomo per trasformala in vita di
Dio.
Augurando la grazia Paolo altro
non vuole, non desidera se non che Filèmone e i suoi amici cristiani
siano interamente trasformati da questo dono divino, fino a divenire in
tutto simili a Cristo Gesù, colui che cresceva in sapienza e grazia e
che ha prodotto un frutto di grazia di salvezza per il genere umano.
Perché l’altro sia in grazia,
perché la grazia sia con l’altro non è sufficiente solo augurarla.
La grazia si dona offrendo la
nostra vita a Dio per la vita del fratello. Per la grazia si prega,
elevando costanti invocazioni perché il Signore manifesti su una persona
in particolare, su una comunità particolare, sul mondo intero la sua
misericordia, la sua pietà, il suo amore di salvezza, di conversione, di
santificazione.
Per questo dovremmo avere più
familiarità con la grazia.
Una cosa deve essere certa per
tutti: non sono le nostre parole che convertono, che santificano, che
salvano, ma è la potenza della grazia di Dio che agisce in noi.
In noi la grazia è potente, se noi
siamo cresciuti abbondantemente nell’amore e nella carità di Cristo.
È questo il segreto della salvezza
del mondo.
È stato questo il segreto di
Cristo Gesù, deve essere il segreto di ogni suo discepolo.
Salva il mondo chi riversa su di
esso la grazia che lo redime, lo giustifica, lo santifica.
Riversa la grazia sul mondo solo
chi ama il Padre di un amore così intenso, di una carità così grande, da
offrirgli la propria vita per la redenzione del mondo.
Questa offerta è la nostra
vocazione.
Filèmone porta grazia nel mondo se
ama Onèsimo fino a dare la sua vita per il suo servo.
Può amare Onèsimo perché prima di
Onèsimo ama Cristo e a Cristo ha dato la vita perché Cristo ami Onèsimo
attraverso la sua vita.
È questa la grazia che salva il
mondo: quella che sgorga dalla nostra carità senza limiti, dalla nostra
carità crocifissa con Cristo per amore del Padre a beneficio di
salvezza per il mondo intero (27.06.2003 -
23,34).
Il carcere dell’amore.
Ci sono due carceri per il cristiano e due prigionie: una di coercizione
e l’altra libera. Quella di coercizione è la privazione della libertà
che l’uomo con violenza, arbitrio, peccato impone, mettendo il nostro
corpo in catene per il nome di Cristo Gesù. In questa prigionia, il
cristiano perde l’uso del corpo, ma non dello spirito. Il suo spirito è
libero di amare il Signore, come lo amava Cristo Gesù nella prigionia di
morte che fu la croce. L’altra prigionia è volontaria. È la consegna
dell’anima, dello spirito e del corpo al Signore perché faccia Lui ciò
che vuole, come vuole, quando vuole. Il cristiano in questa consegna
perde l’uso della sua volontà, dei suoi pensieri, del suo cuore, perché
cuore, pensieri e volontà sono del Signore. Paolo è prigioniero di
Cristo: è prigioniero per Cristo, a causa della confessione del suo
nome, ma è anche prigioniero di Cristo perché gli ha consegnato
interamente la sua vita. Lui non può più disporre di essa: essa è
interamente consegnata all’amore di Cristo. Come Cristo si consegnò
all’amore del Padre fino alla morte di Croce, così il cristiano si deve
consegnare all’amore di Cristo fino al versamento del sangue per la
confessione del suo nome. Vocazione sublime! Vocazione unica! Vocazione
all’amore nell’assoluta povertà in spirito!
Il legame spirituale (o sangue
spirituale). C’è il legame di sangue che
unisce gli uomini e per questo legame uno vive per l’altro e anche
dall’altro. C’è un altro legame ancora più forte, indistruttibile,
eterno: è il legame spirituale, o del sangue spirituale. Questo legame è
nella fede e nasce con il battesimo: siamo tutti costituiti corpo di
Cristo, figli dell’unico Padre, animati dallo Spirito Santo. È Lui il
sangue spirituale che deve farci una cosa sola in Cristo nella carità,
nella fede, nella speranza. Questo legame che crea la perfetta comunione
con Dio, in Cristo, fa anche sì che la comunione sia perfetta, nella
santità, anche tra tutti i membri del corpo di Cristo, nel quale, ognuno
riceve la vita dall’altro e dona la vita all’altro, nel dono di grazia,
che discende in lui dallo Spirito Santo. Questa comunione deve farci una
sola cosa, un solo corpo e il sostegno non solo deve essere spirituale,
ma anche materiale. È sostegno di vita. La vita a tutti i livelli:
dell’anima, dello spirito, del corpo deve essere sostenuta, alimentata,
rafforzata dall’amore degli uni per gli altri. Questa comunione è
possibile solo nella santità. Nel peccato, l’egoismo si impossessa del
cuore, della volontà, dei sentimenti, e crea divisione, separazione,
scismi all’interno dell’unico corpo del Signore Gesù.
Una sola missione: diversi i
collaboratori e i gradi di collaborazione. La
missione cristiana è una sola: portare ogni uomo a Cristo, Cristo ad
ogni uomo, aiutandolo e sostenendolo perché in tutto si conformi a
Cristo nei pensieri, nella volontà, nel cuore, nello spirito, nell’anima
e anche nel corpo. Molti sono gli operai di questa missione. Questi
devono operare in collaborazione, in cooperazione, secondo il grado del
ministero e la specificità del carisma che hanno ricevuto, o che si sono
assunti. Ciò che è dell’uno non può essere dell’altro e ciò che fa uno
non è opera dell’altro. La responsabilità degli uni non è responsabilità
degli altri, anche perché molti in questo lavoro non hanno una
responsabilità sugli altri, se non quella di dare la propria
santificazione, il proprio esempio, la parola del Vangelo che è luce per
quanti sono nelle tenebre. Quello della cooperazione e della
collaborazione nel lavoro evangelico è un problema mai risolto, sempre
da risolvere nella comunità cristiana. È il problema del rispetto del
ministero e dei carismi. È il rispetto della volontà di Dio che governa
nella comunità ministeri e carismi per l’utilità comune. Nella Chiesa di
Dio si lavora, cooperando tutti, per ministero e per carisma; sono
diversi per grado, per ordinazione e per responsabilità i ministeri,
sono specifici, personali i carismi. Nella Chiesa di Dio si lavora per
obbedienza gerarchica nella fede ai ministeri e per dono e accoglienza
dei carismi, nella comunione nella verità.
La casa dell’uomo casa della
comunità. La Chiesa delle origini non aveva
templi suoi propri, non aveva alcun tempio. La casa del cristiano
diveniva, in certi momenti, casa della comunità. Ogni casa, capace di
contenere membri della comunità, poteva essere scelta come casa
particolare della comunità. In essa ci si riuniva per l’ascolto della
Parola e per celebrare la Cena del Signore. Essa diveniva la casa della
carità, della fede, della reale comunione, della preghiera comune. È
questa una via sempre percorribile, ad una condizione: che sia il
Vescovo, l’apostolo di Cristo Gesù, a vagliare ogni cosa e a decidere se
in un contesto particolare la casa dell’uomo può anche divenire per
momenti particolari anche la casa della comunità. Ogni arbitrio in
questo è da evitare. La Chiesa è un corpo ben compaginato, strutturato,
connesso, dalle diverse e più alte responsabilità. Nessuno può assumersi
una responsabilità che non gli compete. Ogni ultima e suprema
responsabilità è dell’apostolo del Signore.
La bellezza del Vangelo: essere
senza forme. Il Vangelo è l’unica religione al
mondo senza forme. Questa è la sua bellezza. Il Vangelo è vita, è luce,
come vita e luce può assumere ogni forma, in ogni tempo, presso ogni
uomo. Ogni forma però deve essere trasformazione in vita della luce e
della grazia del Vangelo, della verità, della carità, della fede, della
speranza che anima il cristiano. Come non tutto è vita, non tutto è
luce, così non ogni forma può essere assunta dal Vangelo, se questa è in
contrasto essenziale con la verità e la grazia che promanano dal
Vangelo. Essere senza forme non significa che tutte le forme possano
essere del Vangelo. Sono forme del Vangelo quelle che consentono al
Vangelo di sprigionare tutta la sua bellezza e potenza di vita
soprannaturale; quelle che uccidono, rallentano, impediscono
l’esplosione della sua vita, queste forme sono da evitare, perché sono
contro il Vangelo, o sono la negazione del Vangelo. Ciò che nuoce al
Vangelo o che ne rallenta la sua bellezza di vita, deve essere evitato,
proibito, escluso dalle forme da poter assumere in un tempo e in un
luogo. La sapienza dello Spirito Santo aiuterà a discernere di tempo in
tempo, di luogo in luogo, da uomo ad uomo, qual è la forma santa da
assumere in quel momento per la trasformazione in luce e in vita di ogni
storia. Una cosa deve essere sempre certa: le forme sono dell’uomo,
l’essenza è di Dio. La verità è di Cristo, le forme per dirla sono
dell’uomo, sono di Dio se dicono la verità con carità, per amore, per
volontà di salvezza e di redenzione dei fratelli.
Il Vangelo trasforma ogni
storia. Il Vangelo è la sola forza capace di
trasformare in luce ogni storia, ogni vita, ogni uomo, in ogni tempo, in
ogni luogo. È questa la straordinaria potenza del Vangelo. La via perché
questo avvenga è una sola: il Vangelo trasforma ogni storia se attinge
la sua forza di trasformazione nella nostra personale conformazione a
Cristo crocifisso. Più il cristiano si conforma a Cristo, diviene
Cristo, più il Vangelo attinge dal corpo di Cristo, al quale il
cristiano si è conformato, la forza viva di trasformare la storia nella
quale siamo immersi. Se la nostra conformazione a Cristo è poca, poca
sarà anche la trasformazione della storia operata dal Vangelo
annunziato; se la nostra conformazione a Cristo è nulla, nulla sarà la
nostra opera di trasformazione della storia attraverso il Vangelo. La
nostra conformazione a Cristo dona una forza travolgente, che esplode
nella storia e la illumina della verità e della grazia di Gesù Signore.
Risuscitare il Vangelo nei
cuori. Compito e missione di ogni discepolo di
Gesù è quello di risuscitare il Vangelo nel suo cuore, farlo ridivenire
sua vita, suo pensiero, sua volontà, suo tutto. Questo si compie nel
momento in cui si inizia a vivere il Vangelo secondo il Vangelo, secondo
cioè lo stile e la forma di Cristo Gesù. Chi non risuscita il Vangelo
nel suo cuore non può risuscitarlo nel cuore dell’altro, perché – lo si
è già detto – il Vangelo trae la sua forza dalla nostra conformazione a
Cristo Gesù e nessuna conformazione è possibile senza la risurrezione
del Vangelo nel nostro cuore, perché sia esso l’unica luce che illumina
i nostri passi e l’unica forza che li attrae e li conduce verso Cristo
Signore. Chi vuole operare per gli altri, deve lasciarsi risuscitare da
Cristo e dallo Spirito Santo il Vangelo nel suo cuore. Altrimenti ogni
sua opera è vana, ogni lavoro inutile, ogni cosa che si intraprende è
già fallita.
Grazia e pace.
La grazia è Dio che si dona all’uomo per la sua rigenerazione,
elevazione, santificazione. Tutto è grazia e tutto è per grazia e dalla
grazia di Dio, in Cristo, per lo Spirito Santo. La pace è la giusta,
santa relazione che l’uomo vive con Dio, e in Dio, con i fratelli e
l’intero creato. Anche la pace nasce dalla grazia. La grazia è affidata
alla volontà dell’uomo, perché in essa cresca, portando a maturazione, a
pienezza di conformazione a Cristo la sua rigenerazione, la sua
elevazione, la sua santificazione. Man mano che si cresce in grazia, si
consolida il rapporto o relazione con Dio e si producono frutti i grazia
per i fratelli, che a loro volta, generano nei cuori un vero frutto di
pace. Oggi si vorrebbe la pace senza la grazia. Questo è impossibile. È
il cuore pieno di Cristo che genera un frutto di pace, perché mette
l’uomo in una nuova relazione con Dio, con i fratelli, con il creato. La
nuova relazione è quella della vera fede, della vera carità, della vera
speranza. Si pensi per un attimo quanta pace può creare ogni giorno un
cuore nel quale cresce la grazia della povertà in spirito. In questo
cuore c’è assenza di invidia, di superbia, di avarizia, di prepotenza,
di gelosia, di desiderio di primo posto nella comunità, tante altre
virtù che lo rendono albero dai molti frutti di pace. Si pensi invece ad
un cuore nel quale regna il peccato: questo cuore semina la guerra sui
suoi passi; ogni sua parola è una dichiarazione di guerra, velata, o
manifesta.
Padre per generazione, per
creazione, per adozione. Dio è Padre della
Seconda Persona della Santissima Trinità, del Verbo Eterno, per
generazione: vita da vita, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato
non creato, della stessa sostanza del Padre. Cristo non è dalla stessa
sostanza del Padre, perché la sostanza divina è una e indivisibile, una
e incomunicabile. La generazione è della Persona non della natura
divina. La generazione è dalla Persona nella natura, non dalla natura. È
questo il mistero di Dio, che nessuna mente umana ha mai compreso, né
può comprendere. Questa paternità per generazione è solo del Figlio e di
nessun altro. Dio è Padre di ogni uomo per creazione. Ogni uomo viene
dalla sua Parola, dalla sua Volontà, per creazione, non per emanazione.
Viene dal nulla. La Parola onnipotente e creatrice di Dio ci ha fatti.
Ci ha fatti a sua immagine e somiglianza. Questa paternità di creazione
è universale. Ogni uomo è figlio di Dio per creazione. Ma c’è una terza
paternità di Dio: quella per adozione, in Cristo. In Lui, ogni uomo è
elevato a suo figlio, reso partecipe della divina natura, erede del
Paradiso e dei beni eterni. Questa figliolanza ci dona tutte le
relazioni che vive Cristo con il Padre, con lo Spirito Santo, con gli
uomini, con l’intero creato. Questa paternità e questa figliolanza sono
distinti dalla paternità e dalla figliolanza per creazione
sostanzialmente, essenzialmente, non solo per modalità. È differente la
sostanza e l’essenza di questa paternità e di questa figliolanza ed è
per questa differenza sostanziale, essenziale, che deve essere predicato
il Vangelo al mondo intero. Dio ci vuole tutti figli nel suo Figlio
unigenito, ci vuole inserire tutti nelle relazioni del Figlio suo
Unigenito, Gesù Cristo nostro Signore. Chi non comprende questa
figliolanza di adozione, questa generazione nello Spirito Santo, non sa,
non conosce perché urge predicare il Vangelo ad ogni uomo. È in questa
generazione e solo in essa che è possibile raggiungere la pienezza del
nostro essere e della nostra vocazione. Senza questa relazione,
rimaniamo incompiuti, abbozzati, siamo come un aborto che ha iniziato a
vivere, ma non ha portato a compimento tutto il suo processo vitale.
Signore come Dio e come uomo.
Cristo Gesù come Dio è Signore di ogni uomo
per creazione. Cristo Gesù deve essere Signore di ogni uomo per
redenzione. È già Signore come uomo di ogni uomo. Tale lo ha costituito
il Padre nell’atto della sua glorificazione. Ma questo non è
sufficiente. Ora è necessario che ogni uomo lo riconosca come il suo
Signore attraverso la confessione esplicita del suo nome, abbracciando
la fede e lasciandosi fare dallo Spirito, figlio del Padre in Lui, con
Lui, per Lui. L’appartenenza alla Signoria di Cristo deve essere
sacramentale, non per desiderio, o implicita, come ricerca della
salvezza nell’intimo del cuore, o dei sentimenti. Questa verità deve
essere proclamata con chiarezza, forza, determinazione. Il cristianesimo
anonimo non è pienezza di vita, non è forma vera di vita evangelica. Ad
ogni uomo deve essere data, offerta la grazia di essere pubblicamente di
Cristo, sacramentalmente di Cristo, evangelicamanete di Cristo, non per
scelta della Chiesa, ma per volontà di Cristo. Così Cristo vuole l’uomo,
così’ deve volerlo la Chiesa, così deve volerlo ogni persona nella
Chiesa, chiunque essa sia. Ognuno è obbligato a compiere la volontà di
Dio su di lui e sulla Chiesa e su ogni persona in essa c’è una sola
volontà: chiamare ogni uomo a Cristo, attraverso l’annunzio e la
predicazione della sua Parola. Il resto appartiene a Dio e a Dio bisogna
lasciarlo. Il resto potrebbe essere tentazione per noi. Potrebbe essere
o una giustificazione di tutte le religioni come vie di salvezza
(anche se fossero di salvezza, non sono certo vie di santificazione e la
santificazione è la volontà di Dio verso ogni uomo), o una
acquiescenza, o peggio accidia spirituale verso la missione in nome di
un cristianesimo anonimo che è frutto di una coscienza che cerca la
verità (Dio non chiede alla Chiesa di lasciare l’uomo nella ricerca
della verità, chiede di donare la verità ad ogni uomo). La
differenza è sostanziale, come è sostanziale il punto di partenza. La
Chiesa vive se parte dalla volontà di Dio. Se invece si lascia
conquistare dalla volontà dell’uomo, essa è già in naufragio, la sua
ragion d’essere viene costantemente silurata dai suoi stessi figli: da
tutti quelli che non vivono la missione; da tutti coloro che
giustificano la non necessità della missione (specie i teologi della
super religione, dell’uguaglianza delle religioni, del cristianesimo
anonimo, e oggi, dalla peggiore e più perniciosa delle eresie: dalla
salvezza senza la santificazione, o dalla salvezza nell’eternità senza
alcuna necessità della salvezza nel tempo.
Comunione nella preghiera.
Comunione di preghiera. La comunione nella
preghiera è quando più discepoli di Gesù si riuniscono nel suo nome per
lodare e benedire il Signore. La comunione di preghiera è quando si
prega secondo una sola intenzione, una sola volontà, un solo scopo, o
finalità. La comunione è perfetta se è nella preghiera e di preghiera.
Questo non esclude che il cristiano possa pregare da solo e vivere
perfettamente la duplice comunione. Egli è corpo di Cristo, prega sempre
come corpo di Cristo, prega nel corpo di Cristo, per il Corpo di Cristo,
per la sua santificazione, per la sua espansione sulla terra, perché
ogni uomo ne possa fare parte, perché si lasci fare Corpo di Cristo. Vi
è vera comunione di preghiera quando è lo Spirito Santo che prega dentro
di noi secondo i desideri del Padre, secondo la sua volontà.
Cristo in noi. Cristo
attraverso noi. Cristo Gesù deve essere dato
al mondo intero attraverso noi. Mai potrà essere dato attraverso noi se
non è in noi, se noi non siamo in Lui. Quando Lui è in noi e noi in Lui,
quando Lui e noi diveniamo una cosa sola, perché noi ci lasciamo
trasformare dalla sua grazia e conformare dalla sua verità, in questo
istante il Cristo in noi diviene Cristo attraverso noi. È dato al mondo
intero per la sua conversione, santificazione, salvezza. È questa
l’unica via della vera pastorale; le altre sono, saranno sempre vane,
perché Cristo non viene dato. La Pastorale è il dono di Cristo. È il
dono di Cristo in noi, non fuori di noi.
Fede e carità: sacrificio di
fede, sacrificio di carità. Il sacrificio è di
fede quando la mente dell’uomo si immola, perché in essa regni solo la
Parola di Cristo, il Pensiero di Dio. È questo il rinnegamento, o il
sacrificio che Cristo Gesù chiede ad ogni uomo. L’altro sacrificio è di
carità e si compie in noi quando tutta la nostra vita è consegnata a
Cristo perché Lui possa continuare ad amare, immolandosi per la salvezza
del mondo. È in questo duplice sacrificio la santificazione dell’uomo,
la conversione dei cuori, la salvezza del mondo. Immagine e figura
dell’uno e dell’altro sacrificio è Cristo in croce, obbediente al Padre,
vittima e olocausto di amore per la salvezza del mondo.
Efficacia della fede per mezzo
della conoscenza del bene. Ogni bene è da Dio in Cristo per opera dello
Spirito Santo. La fede deve trasformarsi in
opera, in bene compiuto. Chi determina il bene non è però la fede, ma la
volontà attuale di Dio. L’efficacia della nostra fede, la forza vitale
di essa è nella conoscenza della volontà attuale di Dio su di noi.
Conosciamo cosa il Signore vuole da noi in questo tempo, in quest’ora,
in questo luogo, tra questi fratelli, lo compiamo con fede, secondo la
sua Parola e la salvezza inonda la terra. Per operare questo bene,
questa volontà attuale di Dio è necessario che il cristiano viva in
comunione di volontà con il Padre celeste, in dipendenza di grazia da
Cristo Gesù, mosso perennemente dallo Spirito Santo e illuminato dalla
sua sapienza e intelligenza che rivela al cuore i pensieri di Dio e ci
infonde la grazia di Cristo perché li possiamo attuare con assoluta
fedeltà, amore, sincerità, buona e santa volontà.
La forza del singolo è la
comunità. La forza della comunità è il singolo.
Il cristiano è corpo di Cristo. È membro della comunità
che è la Chiesa, la visibilità del corpo di Cristo. Il cristiano,
santificandosi, dona alla Chiesa i frutti del suo carisma, del suo
ministero, della sua fede, della sua carità, della sua speranza.
Arricchisce la comunità, la rende forte. La comunità forte rende più
forte il cristiano, perché i frutti che il cristiano ha dato alla
comunità ritornano su di lui sotto forma di altri frutti di bene che lo
aiutano e lo sostengono nel compiere il cammino sino alla fine. Il
singolo dona vita alla comunità, la vita ricevuta dalla comunità viene
ridonata al singolo perché viva più intensamente la sua appartenenza al
Signore. La comunità che è arricchita dal singolo, arricchisce il
singolo perché continui ad arricchirla. È questa la forza della comunità
cristiana: la santificazione del singolo che arricchisce la comunità, la
comunità arricchita che arricchisce il singolo.
La carità conforto del cuore
dei credenti. Cosa è la carità. Chiamati a far vedere l’amore di Cristo
ad ogni uomo. La carità operata conforta il
cuore del credente, perché lo inonda di nuova forza per la continuazione
della missione di salvezza. La carità altro non è che il frutto della
Parola prodotto dal cuore credente. Quando la Parola si trasforma in
opera, l’opera è visibile, anche la fede è visibile. La fede visibile
dona conforto, infonde nuova speranza, dice al missionario che la sua
fatica non è vana. Egli può riprendere con maggiore energia il sua
lavoro missionario, certo della benedizione di Dio sulla sua opera.
Cristo è la carità di Dio, perché è la Parola di Dio che si fece amore,
carità, olocausto e sacrificio sulla croce per noi, per ogni uomo. La
carità di Dio è visibile in Cristo. Anche la carità di Cristo deve
essere visibile nel cristiano. È visibile quando si trasforma la Parola
in opera di bene, di misericordia, di compassione, di perdono, di ogni
altro vero frutto spirituale. Il Vangelo si annunzia in un solo modo
vero: facendo vedere la carità di Cristo all’uomo e la si va vedere, non
annunziando la Carità di Cristo, ma mostrando la Parola di Cristo che si
fa carità di Cristo in noi, opera di Cristo in noi, nella nostra vita. È
questa la via santa per una santa e vera testimonianza a Cristo Gesù e
al suo amore, alla sua carità, al suo sacrificio.
Dire la verità, mossi dallo
Spirito Santo. Il cristiano è chiamato a dire
la verità di Cristo. La Verità di Cristo è tutta nella sua Parola. La
Parola si comprende nello Spirito Santo, ma anche si dice nello Spirito
Santo. Quando si è mossi dallo Spirito, non si dice ciò che si vuole e
neanche la verità che si vuole. Si dice ciò che lo Spirito vuole e a chi
vuole che si dica. Verità è modalità sono dello Spirito Santo. Devono
rimanere sempre dello Spirito Santo. Perché questo avvenga, sia fatto,
occorre che nel cristiano vi sia con lo Spirito del Signore comunione di
grazia e di preghiera, crescita in grazia e in preghiera. Con la grazia
si libera il cuore da ogni impedimento a che lo Spirito possa parlare,
ma anche da ogni impedimento che ostacola la retta comprensione della
Parola detta dallo Spirito al cuore; con la preghiera si consegna il
nostro cuore allo Spirito perché sia Lui a ricolmarlo di ogni parola e
solo di quelle parole da dire in quell’istante, in quel luogo, a quelle
persone. La grazia e la preghiera devono essere stati perenni del cuore.
Grande deve essere la grazia, grande anche la preghiera. Un momento
senza preghiera, è un momento sottratto all’azione dello Spirito Santo;
è un momento che il cuore si prende per sé. È questo il segno che la
santità non è ancora grande in noi. Non essendo grande la santità,
neanche grande può essere la preghiera.
Ministero, discernimento,
Spirito Santo. Il ministro di Cristo, chiunque
esso sia, non ha potere sulla verità. La verità appartiene a Dio, di Dio
è il mistero e la rivelazione di esso. Il ministro di Cristo deve essere
servo della verità, fedele ascoltatore dei pensieri di Dio. Egli ha
l’obbligo di separare sempre pensieri di Dio e pensieri dell’uomo, i
suoi pensieri da quelli di Cristo, la sua volontà dalla volontà di Dio e
di Cristo Gesù. In questo compito così delicato, ma anche così
essenziale per la salvezza di ogni uomo, egli non può agire da solo,
deve operare con la luce dello Spirito Santo. È lo Spirito che deve
illuminarlo costantemente perché nella verità di Dio e nei suoi pensieri
nessuna infiltrazione di pensiero e di volontà umana venga ad
introdursi. Per questo egli dovrà essere uomo di studio, di riflessione,
di meditazione, ma anche di grande preghiera. Dovrà vivere sempre in
grazia e in essa crescere. Dovrà allontanare dalla sua vita il peccato,
il vizio, dovrà rivestirsi di ogni virtù, perché solo così potrà essere
illuminata in tutto dallo Spirito e dire all’uomo in pienezza di verità
sia il pensiero di Dio che la sua volontà.
Il servizio di schiavo secondo
la legge di Cristo. Cristo Gesù chiede ad ogni
suo discepolo di amare secondo verità e giustizia in ogni sua condizione
o stato di vita. Anche lo schiavo deve amare da schiavo, ma deve amare
alla maniera di cristo Gesù: offrendo la sua sofferenza, la mancanza di
libertà allo stesso modo che Gesù ha offerto la sua crocifissione al
Padre per la redenzione del mondo. C’è un solo modo di vedere le cose
secondo verità: quello di guardarli con l’occhio e il cuore di Cristo
Crocifisso. Se Lui ci dona i suoi occhi e il suo cuore, tutta la vita si
trasforma, perché di essa se ne fa un’offerta a Dio, in ogni condizione,
situazione, stato, luogo, tempo, per la redenzione dell’umanità.
Amore identificativo.
L’amore cristiano non può essere che unitivo, ed è
unitivo se è identificativo. In Cristo l’altro è me stesso e io sono
l’altro: una sola vita. Non due vite, ma una sola. Se una è la vita, la
mia e quella del fratello, anche se schiavo, uno deve essere l’amore.
L’amore che ho verso di me deve essere lo stesso amore che ho verso
l’altro. Se c’è un amore diverso è il segno che la vita è diversa, nella
considerazione, nella valutazione; se ci sono due amori, o un solo amore
per la propria persona, è il segno che non si è compreso nulla
dell’amore di Cristo Gesù e della sola vita che si è formata in Lui nel
momento della nostra rinascita da acqua e dallo Spirito Santo. Il segno
che si vive una sola vita, che si ha fede nella sola vita è dato dalla
sola carità con la quale si vive la nostra vita e quella degli altri.
Cessione di sé a Cristo.
Nel momento in cui uno diviene credente, si converte,
si lascia battezzare nello Spirito Santo, egli cede la sua vita a
Cristo. La sua vita non gli appartiene più. Essa è del corpo di Cristo e
bisogna viverla tutta nel corpo di Cristo, con il corpo di Cristo, a
vantaggio del corpo di Cristo. Il corpo di Cristo sono i fratelli nella
fede. La vita è un’offerta ai fratelli nella fede perché possano
realizzare la missione e la vocazione che il Padre ha conferito loro. Se
la nostra vita appartiene agli altri, ne consegue che lo schiavo e il
padrone sono l’uno e l’altro di Cristo. Se sono di Cristo, devono vivere
la vita secondo la volontà di Cristo, non più secondo la propria. La
volontà di Cristo è una sola: che vi sia una sola carità che animi ogni
membro del suo corpo, un solo amore, perché una è la vita e una deve
essere la legge che la governa. Lo schiavo e il padrone non sono due
vite differenti, distinte, sono una sola vita. Devono divenire una sola
carità, un solo amore, per volontà di Cristo al quale la nostra vita è
stata donata. Noi siamo di Cristo, dobbiamo essere nella fede, nella
carità, nella speranza, nella missione, nei ministeri, nelle relazioni.
La valutazione secondo la
carne. Chi è mosso dallo Spirito non valuta.
Sovente si è tentati a valutare la realtà partendo dai pensieri umani.
Ancora non si è pienamente di Cristo nei pensieri e nei desideri, e
questa imperfezione spesso ci spinge a servirci dei nostri pensieri,
della nostra volontà per valutare la realtà, le circostanze, le persone,
gli avvenimenti. Chi è mosso dallo Spirito non valuta; chi è mosso dallo
Spirito deve solo amare alla maniera di Cristo Gesù, astenendosi da ogni
valutazione terrena. Gli è chiesto di non cadere nel peccato del
giudizio e per questo è giusto, santo che si astenga dalle valutazioni
sia in bene che in male, perché in fondo ogni valutazione altro non è
che un giudizio, spesso assai negativo, raramente di bene.
Beato colui che non si
scandalizzerà di me. Chi è mosso dallo Spirito
non si scandalizza di ciò che fa l’altro, se l’altro è conosciuto come
uomo di Dio. Non si scandalizza perché sa, poiché nello Spirito Santo,
quando l’altro è mosso dallo Spirito Santo e perché agisce in un modo
anziché in un altro. Quando non si è nello Spirito Santo, neanche si è
mossi da Lui, non sappiamo cosa facciamo noi, non sappiamo cosa fanno
gli altri. Ci scandalizziamo degli altri, giustifichiamo ogni nostro
peccato. Gesù invece ci chiede di non scandalizzarci di Lui, di
accogliere ogni sua parola e ogni sua opera, come parola e opera di Dio.
Questo Paolo non lo può dire. Ci saranno sempre quelli nelle comunità
che lo vedranno sempre come uomo, puramente e semplicemente uomo e si
potrebbero scandalizzare. Cosa fa allora Paolo? Usa tutta la prudenza
possibile, si serve della sapienza e saggezza dello Spirito Santo per
operare conformemente alla volontà di Dio e di Cristo Gesù. Fa sì che
sia l’altro a decidere il bene, dopo avergli suggerito l’unica forma e
l’unica via per farlo in modo da piacere a Cristo Gesù. Agendo con
sapienza e prudenza di Spirito Santo si eviterà sempre che l’altro possa
scandalizzarsi di noi, a motivo di una decisione presa e che l’altro non
comprende.
Segno di contraddizione solo
chi è mosso dallo Spirito. Ogni ministro di
Cristo Gesù con la sua vita deve divenire segno di contraddizione perché
siano svelati i pensieri di molti cuori. Può essere segno di
contraddizione solo chi è nello Spirito Santo e dallo Spirito Santo si
lascia muovere in ogni pensiero, decisione, progettualità. Si è segno di
contraddizione quando si opera in purezza di verità e in santità di
dottrina, quando nessuna falsità è nelle nostre opere, nelle nostre
parole, nella nostra volontà, nel nostro cuore, nella nostra anima, in
ogni nostra decisione. È la verità pura, santa il segno di
contraddizione; ma la verità pura, santa mai diventerà segno di
contraddizione se non nel momento in cui viene detta, viene operata. Per
essere detta secondo verità e operata secondo santità è necessario che
in noi vi sia lo Spirito Santo che ci illumina e ci da la forza per dire
e per fare la verità in tutto secondo la volontà di Dio e di Cristo Gesù.
Al posto di Dio per manifestare
la via di Dio. Al posto di Cristo per vivere la carità di Cristo.
Il cristiano deve vivere pienamente in Dio e in
Cristo; deve essere in Dio per manifestare tutta la volontà di Dio; deve
essere in Cristo per vivere tutta la carità di Cristo Gesù. Vivendo la
carità di Cristo Gesù in pienezza, manifesta e rivela tutta la verità di
Dio in pienezza, perché manifesta tutta la volontà salvifica universale
di Dio in ordine all’amore dei fratelli e alla loro salvezza. Da quanto
è affermato si deduce e si trae un’altra verità di vitale importanza:
chi non è nella pienezza della volontà di Dio e dell’amore di Cristo,
non è neanche in pienezza di abitazione in lui dello Spirito Santo e
senza lo Spirito che abita con la potenza della verità nel suo cuore,
neanche potrà spiegare secondo pienezza di verità la Scrittura, il
Vangelo, la sana dottrina. Non può perché lo strumento di cui si serve è
la sua mente umana, il suo cuore malato, la sua volontà debole, il suo
spirito infermo. Possiede uno strumento inadatto alla comprensione e
alla spiegazione della Parola del Signore e della verità della fede
della Chiesa. Tutto questo ci deve condurre ad un solo proposito:
crescere in santità per poter crescere in sapienza, crescere in sapienza
per leggere e spiegare con la sapienza dello Spirito del Signore la
volontà che il Signore ha manifestato in Cristo e nella sua vita, ha
affidato alla Chiesa, perché la facesse giungere inalterata sino ai
confini della terra. Quando in una Chiesa, in una Comunità c’è poca
santità, di sicuro ci sarà anche poca verità e se c’è poca verità vi è
certamente tanta carenza nella santità.
Signore dell’apostolo e del
singolo è lo Spirito Santo. Signore di ogni
uomo è Dio, come anche chi muove ogni uomo, chi lo illumina, chi lo
guida è solo lo Spirito Santo, Signore di ogni uomo, sia dell’apostolo
che del singolo nella comunità. L’apostolo non è stato costituito per
manifestarci la volontà attuale di Dio su di noi; è stato costituito per
annunziarci la verità di Dio su di noi. All’apostolo è il Signore, è il
suo Santo Spirito, che gli rivela la sua attuale volontà. Ma anche al
singolo è il Signore, lo Spirito Santo che manifesta cosa il Padre
celeste ha stabilito per lui fin dall’eternità. Qual è allora la
relazione tra l’apostolo e chi non è apostolo? È la relazione del
discernimento. L’apostolo deve discernere se quanto affermato essere
volontà di Dio è anche verità di Dio. È volontà di Dio tutto ciò che è
conforme alla verità di Dio affidata all’apostolo del Signore. Non è
volontà di Dio tutto quanto è in contrasto, anche di una sola parola,
con quanto il Signore ha rivelato e consegnato all’apostolo perché lo
facesse giungere ad ogni uomo. La mente è guidata dall’apostolo del
Signore. La volontà è guidata dallo Spirito di Dio.
Chi può fare teologia della
storia. Cosa è la teologia della storia. Lettura di carità della storia.
La teologia della storia è la manifestazione
della volontà di Dio che muove quanto accade nel mondo. Ora la volontà
di Dio è conosciuta solo dai profeti, non sempre e non tutta, solo
quella che il Signore manifesta, o rivela loro. Chi non è profeta, o lo
stesso profeta che non conosce i motivi, le cause di un evento, deve
astenersi da ogni riferimento diretto alla volontà di Dio. Ognuno però
deve possedere sempre una lettura di carità della storia e la lettura di
carità è quella che ci ha insegnato Cristo Gesù sulla croce: “Padre,
perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Altra lettura di
carità è quella che ci ha lasciato San Paolo nella prima lettera ai
Corinzi: “La carità tutto scusa, tutto sopporta, tutto crede, tutto
ama”. È lettura di carità della storia astenersi da ogni giudizio,
da ogni condanna, da ogni interpretazione personale su quanto accade,
perché tutto si deve avvolgere dalla preghiera e dalla misericordia.
La verità del nostro
cristianesimo vissuto è la verità che professiamo sull’uomo.
Il cristiano è chiamato a manifestare ad ogni uomo la
bellezza di Cristo e della sua verità. Il cristiano e Cristo sono
divenuti un solo corpo, una sola vita nelle acque del battesimo. La
bellezza di Cristo è la sua parola e la sua opera, è l’opera che
accredita la parola, è la parola che spiega il significato dell’opera.
Il cristiano se vuole manifestare la bellezza di Cristo, deve farlo con
le parole di Cristo e con le opere di Cristo, deve essere cioè
continuazione nella storia della vita di Cristo, anche se conformemente
al suo carisma, al suo ministero (ordinato e non), alla sua vocazione.
Quello che viviamo di Cristo, quello manifestiamo, quello che è l’amore
nostro per l’uomo, questa verità noi manifestiamo e riveliamo al mondo
intero. Il nostro vissuto rivela la nostra fede, ciò che crediamo. Chi
non ama i fratelli attesta al mondo un cristianesimo senza amore.
L’altro non vede Cristo, vede il cristiano. Penserà che il
cristianesimo, anzi che Cristo è ciò che è il cristiano ed il cristiano
è ciò che vive, perché crede ciò che vive, ciò che non vive non lo
crede; se lo credesse, lo vivrebbe anche.
La legge dell’identificazione.
L’identificazione si fa soddisfazione. La soddisfazione è l’amore più
grande. L’identificazione non è solo con
Cristo – un solo corpo, una sola vita – essa è anche con i fratelli, con
i quali si è in Cristo lo stesso corpo, la stessa vita. Qual è la vera
legge dell’identificazione? Essa è legge di soddisfazione. Poiché
l’altro e noi siamo una cosa sola, noi paghiamo il debito dell’altro,
sia morale, che materiale. La soddisfazione è l’amore più grande che
possa esistere nel cielo e sulla terra, perché è questa la grandezza
dell’amore di Dio, è questa la specificità e la perfezione assoluta
dell’amore nell’incarnazione. Facendosi uomo, Cristo Gesù ha assunto la
natura umana, la nostra natura umana è sua, la sua è divenuta nostra per
sacramento. Lui espia per noi. Noi possiamo espiare per i fratelli, per
tutti quelli che sono rivestiti di natura umana. Siamo della stessa
natura, siamo figli dello stesso padre e della stessa madre, possiamo
espiare gli uni per gli altri, sempre in Cristo, con Cristo, per Cristo.
Nessuna forma di amore è più grande di questa: la soddisfazione per
l’altro, in tutto, in ogni cosa. Questo amore raggiunge la sua
perfezione assoluta nel momento in cui la soddisfazione si fa dono
dell’intera vita, con il versamento del sangue per l’altro. La
soddisfazione è redenzione.
Lo Spirito conosce la misura
dell’amore che l’altro può sopportare. Ognuno
ha una misura di fede e quindi anche una misura di amore. Solo lo
Spirito Santo conosce la misura della nostra fede e quindi del nostro
amore. Solo Lui sa cosa possiamo portare, non portare, sopportare non
sopportare. Solo Lui può muovere la mente, la volontà, il cuore, perché
viva tutto l’amore secondo tutta la misura della propria fede. Noi non
conosciamo il cuore dell’altro. Poiché non lo conosciamo, dobbiamo
sempre lasciare libera la volontà dell’altro. Possiamo manifestare il
bisogno, la necessità, ma mai dare una soluzione nostra al bisogno, alla
necessità, perché non conosciamo la misura dell’amore che l’altro può
portare, o sopportare. Questa è sublime regola spirituale in ogni
relazione con i nostri fratelli. Dobbiamo e possiamo manifestare le
nostre necessità di amore, dobbiamo lasciare libera la volontà perché
solo il cuore dell’altro sa cosa può, cosa non può e dobbiamo pregare
però perché lo Spirito Santo muova il cuore dell’altro perché accolga la
necessità, la faccia propria e le dia la giusta soluzione ed è giusta
soluzione quella secondo la misura dell’amore dell’altro, non della
nostra.
Prevenire ogni pensiero
recondito del cuore. Noi non conosciamo il
cuore dell’altro. Se non lo conosciamo neanche possiamo decidere per
lui. Una nostra decisione al posto dell’altro potrebbe scatenare delle
reazioni di pensiero, che potrebbero far cadere l’altro anche in peccato
di giudizio, di mormorazione, di lamentela, di pettegolezzo, di
bisbiglio, di parole vane. Per questo è cosa santa fare ogni cosa
secondo verità e giustizia. È giustizia manifestare all’altro le proprie
necessità o quelle dei fratelli. È verità lasciare all’altro libera la
volontà di operare secondo la misura della sua fede e della sua carità.
Chi agirà così preverrà ogni pensiero recondito del cuore, ma
soprattutto salvaguarderà sempre la carità in lui e nel fratello.
Come si estinguono i debiti di
giustizia. Il debito di giustizia si estingue
versando ogni dovuto al fratello. Occorre precisare che si possono
estinguere i debiti in due modi: materia con materia, spirito con
spirito, spirito con materia, materia con spirito. I due modi sono: cose
materiali con cose materiali (primo modo), cose spirituali per cose
materiali, o viceversa (secondo modo). Quello che è essenziale nei
debiti di giustizia è questo: il debito persiste finché non si estingue.
L’estinzione del debito può avvenire anche per perdono, per condono, per
volontà manifestata dell’altro di estinguere il dovuto.
La docilità alla verità. Lo
sviluppo della verità. Il cristiano è chiamato
ad essere docile alla verità. Si è docili quando essa viene accolta nel
cuore, nella mente, nella volontà. La verità però non è statica, non è
una pietra. La verità del cristiano è viva, perché essa è perennemente
animata dallo Spirito Santo, che la conduce e la guida verso la sua
pienezza. La docilità alla verità è anche l’accoglienza di ogni
manifestazione più piena che lo Spirito Santo offre ad ogni cristiano,
perché vive con più profonda conoscenza la volontà di Dio. Se manca
l’accoglienza di questa verità sempre più nuova e più piena, non si è
docili alla verità. Chiunque si ferma a ieri, al passato, costui sappia
che non è docile alla verità. Costui non si lascia muovere dallo Spirito
del Signore.
La forza della
preghiera. Chi prega penetra nel cuore di Dio e lo spinge all’azione per
la salvezza (15.07.03).
La forza del
cristiano è la santità della sua preghiera e la verità della stessa. Chi
prega secondo verità in santità penetra nel cuore di Dio e lo spinge ad
agire per la salvezza del mondo intero. La preghiera cristiana,
cristianamente fatta, cioè mossa nel nostro cuore e animata dallo
Spirito Santo, è la forma sempre attuale, valida, la più universale, di
intervento nella storia. Una sola preghiera ben fatta può interrompere
il corso della storia di male e iniziare il corso della storia del bene.
Tutto questo avviene nel silenzio, nel segreto di un cuore, nell’eremo
di una mente dove solo Dio vi abita e solo il Signore conosce i desideri
e le aspirazioni di bene che sgorgano dal cuore che ama e desidera la
salvezza dei suoi fratelli. Chi insegna a pregare secondo verità, nella
santità della vita, nella mozione dello Spirito Santo, insegna ad un
uomo come avere nelle proprie mani le chiavi della storia attraverso le
quali cambiare il suo corso. Nessuna preghiera può divenire chiave della
storia, se il cuore non è santo, la mente non è vera, i desideri non
sono puri, l’anima non è abitata dalla grazia, il corpo libero dai vizi,
tutto l’uomo immesso nella ricerca e nel compimento della sola volontà
di Dio. Questa è la vera preghiera cristiana e da veri cristiani
dobbiamo sempre pregare, cioè da santi, da figli di Dio, da operatori di
giustizia e di carità, da misericordiosi, miti e umili di cuore, che
offrono la loro vita al Signore per la redenzione del fratelli. È
cristiana quella preghiera che si fa redenzione di ogni uomo (23.09.03).
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