L’episodio che muove Paolo a
scrivere questa Lettera è uno dei tanti eventi della vita del tempo. Uno
schiavo fugge dal suo padrone e si rifugia presso Paolo. Paolo glielo
rimanda indietro, annunziando al padrone, che è un cristiano, la vera
via dell’amore, che dovrà percorrere se veramente desidera essere un
buon discepolo del Crocifisso e un testimone della forza travolgente che
ha in sé la croce di Cristo Gesù.
Anche se la Lettera è cortissima,
molti sono gli insegnamenti in essa contenuti. Ne accenniamo alcuni,
rimandando alla trattazione teologica.
In sintesi, in questa Lettera,
Paolo esprime delle verità di intensissimo valore teologico che dovranno
accompagnare la storia del cristianesimo sino alla fine. Eccone alcune
di queste verità:
La carità del singolo si fa
Vangelo. Gesù lo aveva detto: “da questo vi
riconosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete gli uni gli
altri. Come io ho amato voi, così amatevi voi gli uni gli altri”.
Il cristiano è chiamato, per
vocazione eterna, a farsi vittima di amore per i fratelli, imitando in
tutto e per tutto Cristo Gesù che si fece vittima di espiazione per i
peccati del mondo intero.
Il cristiano che vive in Cristo,
lo stesso amore di Cristo, diviene Vangelo vivente, perenne annunzio
della verità che Cristo è venuto non solo a portare, ma anche a fare e
Gesù fa la verità, trasformando un uomo in un olocausto di amore e di
carità a favore dei suoi fratelli.
Come in Cristo, è necessario che
il cristiano viva l’amore per rendere testimonianza alla verità che
Cristo ha operato e opera nel suo cuore. In tal senso diviene Vangelo.
La carità è Vangelo quando non
solo è perfetta imitazione di Cristo in ogni manifestazione del proprio
essere, ma è anche testimonianza a Cristo e la testimonianza è una sola:
posso amare, amo perché Cristo mi ha creato, mi crea ogni giorno una
natura d’amore. È Cristo la fonte perenne del mio amore, perché solo Lui
è la salvezza, solo in Lui si può vivere da salvati, solo per Lui, per
rendere testimonianza alla sua verità, si può continuare a vivere da
salvati, raggiungendo la perfezione nella salvezza.
Quando la carità non è imitazione
dell’amore di Cristo, non la si attinge in Cristo, non si rende
testimonianza alla verità di Cristo, questa verità non è Vangelo. Che
non sia Vangelo lo attesta il fatto che chi la riceve non si apre
all’amore di Cristo e non si lascia fare da Cristo vittima di carità per
il mondo intero.
Su questo principio di fede è
giusto che si abbia la più sicura delle certezze e la più sicura è
questa: solo Cristo è la fonte della carità, perché solo Lui è la fonte
della nostra verità. Si diviene veri in Cristo, si vive la sua carità in
Lui, per Lui, con Lui, per manifestare Lui, perché ogni uomo aderisca a
Lui, si faccia fare vero da Lui, in Lui e inizi in Lui a vivere per Lui,
per manifestare al mondo che solo Lui e solo in Lui è la salvezza; solo
per Lui è possibile vivere da salvati.
La salvezza è una acquisizione
quotidiana e quotidianamente si attinge in Cristo Gesù. È questa la
carità che diviene Vangelo, perché è la carità che nasce dalla fede, ma
anche è la carità che conduce a Cristo e alla sua verità.
La carità del singolo diviene
motivo di speranza per i fratelli. Quando un
uomo vede che un suo fratello è capace di vera carità, perché è capace
di autentica gratuità, misericordia, compassione, pietà, il suo cuore si
apre alla speranza.
Non c’è cosa più triste per un
uomo che sentirsi abbandonato dai suoi fratelli. Questo abbandono a
volte lo può condurre anche alla disperazione, che nasce dal non sapere
più a chi rivolgersi per avere sostegno, aiuto, sollievo nei suoi giorni
tristi. La visione della vera carità dona pace, conforto, gioia. Questa
visione apre il cuore alla speranza. C’è una possibilità di salvezza.
Anch’io posso essere salvo, posso continuare a vivere. C’è qualcuno che
si prende cura della mia vita.
Questo però non basta perché si
entri nella speranza cristiana. La speranza cristiana avviene quando si
opera il passaggio dall’uomo a Cristo. Se questo passaggio si compie si
esce dalla speranza umana e si entra nella vera speranza, che è solo
quella cristiana; se questo passaggio non viene operato, si rimane in
una speranza umana, ma questa è sempre effimera, passeggera, di un
attimo.
Perché vi sia questo passaggio, è
necessario che alla visione della carità segua anche l’annunzio di
Cristo e del suo Vangelo. Questo annunzio deve essere operato da chi sta
vivendo la carità. Se questo annunzio non viene operato, la salvezza non
si compie, perché non sarà mai un gesto di carità, un dono d’amore
all’altro che potrà salvarlo.
Se questo fosse possibile, Cristo
non sarebbe più Il Salvatore e la salvezza non sarebbe in Lui, con Lui,
per Lui, nel suo Corpo che è la Chiesa. Sarebbe un fatto da uomo ad
uomo, sarebbe un evento della terra e non più del Cielo.
È cosa giusta allora che chi opera
la carità in nome di Cristo, doni Cristo carità dell’uomo, sua speranza
eterna di salvezza, suo bene infinito, eterno, nel quale è ogni tesoro
di grazia, di verità, di misericordia, di pietà, di compassione, di
sollievo sulla terra e nel cielo.
È nel non compimento di questo
passaggio il segno che chi opera la carità non vive di Cristo, per
Cristo, con Cristo, nel suo Corpo che è la Chiesa. Non vivendo lui, non
può portare altri.
È questo il più grande naufragio
della fede ed è sempre naufragio della fede quando l’opera di carità non
apre il cuore a Cristo e alla sua verità eterna di unico e solo
Salvatore di ogni uomo. La carità da donare all’uomo è Cristo, perché
Cristo è la carità di Dio per ogni uomo.
Chiedere in nome della libertà
che nasce dalla potestà? Paolo è Apostolo di
Cristo Gesù. Ha la potestà di chiedere a quanti sono cristiani,
rivolgendosi loro nel nome di Cristo, servendosi dell’autorità che
Cristo ha conferito loro nel discernere il bene da compiere e nel
chiedere che il vero bene sia sempre operato. Questa potestà nel
discernimento deve essere sempre vissuta. L’Apostolo del Signore deve
operare in ogni istante il discernimento sul bene, sul meglio, su ciò
che è in quell’evento verità di Cristo e di Dio, con la sapienza, la
saggezza, l’intelligenza dello Spirito Santo che agisce in lui.
Operato il discernimento nel nome
e con la potestà di Cristo Gesù, può al singolo chiedere di agire
conformemente al discernimento offerto? Lo può e lo deve in materia di
fede. La verità della fede obbliga sempre. Alla verità della fede si è
sempre obbligati.
La verità della fede ci fa essere
del Vangelo. Chi è del Vangelo è anche di Cristo Gesù. Chi non è della
verità della fede, non è del Vangelo, non è di Cristo Gesù. Chi è fuori
della verità della fede si pone anche fuori della comunione con i
fratelli di fede. Per questo l’Apostolo è obbligato a chiedere in nome
di Cristo e con la sua autorità che si rientri nella verità, la si
abbracci in ogni sua parte, la si professi integralmente, santamente,
dinanzi al mondo intero.
Quando non si è dinanzi alla
verità della fede, ma di fronte ad un’opera di carità da fare, quando la
carità si poggia su dei debiti di giustizia, cosa deve fare l’apostolo?
O chiedere in nome della carità
che lascia libera la volontà del fratello?
Paolo afferma il principio che anche in questo caso si può chiedere in
nome di Cristo e con la sua autorità che si faccia, o non si faccia
l’opera di carità, che nel discernimento è stata vista come giusta,
santa, lodevole.
Assieme a questo principio, lui ne
possiede un altro. Quando si tratta di opera di carità, lui preferisce
che si lasci libera la volontà dell’altro, in modo che sia l’altro a
volere l’opera e non lui ad imporla.
L’Apostolo deve però indicare i
motivi della bontà e della verità dell’opera. Al singolo la libertà di
eseguirla, non eseguirla, compierla in un modo, anziché in un altro.
Paolo – lo sappiamo – agisce
sempre con la saggezza e l’intelligenza dello Spirito Santo che aleggia
su di lui. Perché opta per la libertà della persona e non per
l’imposizione dell’opera?
È facile rispondere a questa
domanda, è difficile comprenderla in tutto il suo significato di verità
evangelica.
Paolo si comporta in tutto e per
tutto come si comporta Dio Padre. Questi diede il comando all’uomo,
spiego i motivi del comando, lasciò libera la volontà di osservarlo, di
non osservarlo.
Nel rapporto dell’uomo con Dio mai
si può abolire la relazione di volontà. Dio manifesta la sua volontà
all’uomo, all’uomo la libertà di accoglierla, di non accoglierla.
Questo non significa che sia
ininfluente accoglierla, o non accoglierla. Se si accoglie si entra
nella vita, si progredisce nella vita, si avanza verso la vita eterna.
Se non la si accoglie, si esce dalla pienezza della vita, si può anche
cadere nell’egoismo e quindi nella morte, si può alla fine precipitare
nella dannazione eterna.
Un‘opera di carità imposta, ma non
accolta con il cuore, non fatta propria, non è opera evangelica, carità
di Cristo in noi, amore misericordioso e compassionevole verso gli
altri. È come se l’opera non fosse stata mai fatta.
Paolo vuole che ogni uomo sia
sempre trattato da uomo nella sua più pura essenzialità che è quella
della libertà. Questa è la via della vera vita, questa è la via più vera
e più santa della vita, in quest’opera è il compimento del tuo essere e
della tua vocazione: se vuoi, operala. È tua la libertà. È tua la
volontà. Mia è la verità e il discernimento.
L’apostolo di Cristo Gesù è
obbligato ad annunziare sempre la verità; è chiamato, però, solo a
proporre alla coscienza la via migliore di tutte per operare secondo la
carità di Cristo. Egli deve trattare sempre l’uomo da uomo. Dio opera
così. Cristo ha operato così: se vuoi essere perfetto, se vuoi vivere la
tua carità, il tuo amore sino in fondo, va’ vendi quello che hai, dallo
ai poveri, poi viene e seguimi.
Dinanzi alla libertà quest’uomo si
è perduto. Fu ingannato dai suoi molti beni. Fu tradito dal suo amore
per le cose della terra.
La generazione spirituale.
La generazione secondo la carne è il dono
della vita, della propria vita, che a sua volta diventa vita personale,
autonoma. Vita da vita, ma che diviene vita di un’altra persona,
distinta e separata da chi l’ha posta in essere. La generazione secondo
lo Spirito Santo, o generazione spirituale, avviene mediante il dono del
Vangelo, della fede. Si annunzia la Parola di Cristo, si crede in essa,
ci si lascia battezzare e da acqua e da Spirito Santo siamo generati a
figli di Dio. Colui che dona la Parola, comunica la fede, annunzia il
Vangelo in certo qual modo partecipa anche lui di questa generazione
spirituale e in tal senso è detto anche “Padre nella fede”. La Parola,
il Vangelo, la fede generalmente è sempre donata da una persona e questa
persona che dona la fede è in certo senso “padre” di colui che è stato
generato alla fede. “Padre ministeriale, strumentale”. Paolo crede molto
in questa paternità. Ne fa anche un motivo di vanto. Per lui molti
possono essere i pedagoghi della fede, ma uno solo è il padre nella fede
ed è colui che è all’inizio della predicazione e dell’annunzio del
Vangelo. Questa generazione spirituale, anche se strumentale, crea un
legame vitale forte tra chi genera e colui che è stato generato. Questo
legame è indistruttibile, come indistruttibile è il legame che crea la
generazione secondo la carne. Questo legame vuole che il padre consideri
vero figlio spirituale colui che ha generato e chi è stato generato veda
colui che lo ha generato come un vero padre del suo spirito, della sua
nuova creazione, sempre però restando nell’ordine della strumentalità.
Da questo legame nasce il rispetto, l’onore, l’ascolto, la devozione,
l’aiuto, l’assistenza spirituale perché la fede che è stata generata
possa raggiungere la sua più perfetta santificazione. Su questo
principio della generazione spirituale ci sarebbe tutta una trattazione
da fare. Lo esige la crescita della fede e il suo cammino di
maturazione.
L’altro diviene il proprio
cuore. Nella fede cristiana si realizza e si
vive il mistero della comunione. La comunione ha il suo fondamento
nell’unità che si è venuta a creare in Cristo Gesù. In Lui siamo tutti i
battezzati un solo corpo. Il solo corpo è dalle molte membra. Ogni
membro riceve e dona l’energia vitale; la riceve dagli altri, la
fruttifica e la dona come frutti di verità e di grazia, dopo averla
rivestita del suo particolare carisma. Questa comunione è così perfetta,
così reale, da essere non solo comunione, ma unità, una cosa sola, una
sola realtà in Cristo. Questa comunione e questa unità ci fa essere una
cosa sola con l’altro, l’altro è noi stessi e noi stessi siamo l’altro.
Paolo raggiunge il sommo della manifestazione di questa unità quando
dice che l’altro, il servo Onesimo, è il suo proprio cuore. C’è unità,
c’è comunione, c’è identificazione. L’altro è il mio cuore. Accettando
l’altro si accetta il proprio cuore, si tratta l’altro come se uno
ricevesse in dono il cuore dell’apostolo. Ciò significa semplicemente
che tutto ciò che si fa all’apostolo, deve essere fatto al proprio
cuore. Senza alcuna differenza, o distinzione. È questo il sommo della
carità cristiana. È in questa identificazione, per nuova natura, per
unità di natura, l’essenza e la specificità del cristianesimo.
Il bene spontaneo, libero.
Il bene si propone. Lo si fonda. Lo si lascia
alla spontaneità, o libertà del fratello. Lo si è già detto. Questo
serve perché sia rispettato l’uomo nella sua essenza più santa e più
vera. Il sì al bene è dell’uomo e nessun sì potrà essere proferito, se
la volontà non è libera.
L’altro diviene il proprio
fratello. La fratellanza cristiana non è
solamente di nome. Essa è più forte della stessa fratellanza secondo la
carne. Si è fratelli secondo la carne perché si è ricevuta la vita dagli
stessi genitori. Ciò che i genitori hanno dato è solo il corpo. L’anima
viene da Dio. È Lui che la crea ed è Lui che la infonde. Siamo già
fratelli secondo la carne in ragione dell’anima, che è da un unico
Creatore e Signore. Questa è la fratellanza universale: perché veniamo
all’origine dallo stesso padre e dalla stessa madre, perché il Signore
crea la nostra anima al momento del concepimento. Ma c’è un’altra
fratellanza, tutta cristiana. Siamo fratelli in ragione della nostra
unica nascita da acqua e da Spirito Santo. Siamo fratelli perché il
Signore ci ha generati come suoi figli nel suo Figlio Gesù Cristo.
Questa parentela spirituale, è vera parentela ed ha un legame più forte
che gli stessi vincoli del sangue. Anche questa verità è fortemente
vissuta da Paolo.
L’altro diviene se stesso.
Paolo ha già detto qual è l’identità che c’è
tra lui e Onesimo. Ora dice l’identità che esiste tra Filemone e Onesimo:
quella di fratelli in Cristo. Se sono veri fratelli in Cristo, da veri
fratelli devono trattarsi. Nessun fratello può tenere in schiavitù un
altro fratello, metterebbe in schiavitù il proprio sangue. Questa legge
vale anche per la fratellanza spirituale. Un padrone che dovesse tenere
sotto di sé degli schiavi cristiani, è il suo stesso “sangue spirituale”
che tiene schiavo. La schiavitù è da abolire per molteplici motivi:
perché il Signore ha creato l’uomo libero, non asservibile, né
schiavizzabile da nessun altro uomo; perché ogni uomo è fratello per
creazione di ogni altro uomo; per il cristiano c’è una ragione in più:
perché Cristo è morto per l’altro come è morto per me. In Cristo ognuno
è chiamato a dare la vita per l’altro.
Per l’altro si paga ogni
debito. Se l’altro diviene se stesso, per
l’altro si paga ogni debito. Onesimo è divenuto il cuore di Paolo, Paolo
per il suo cuore paga il debito, paga cioè il debito di Onesimo. Se lo
paga Paolo, può pagarlo anche Filemone, condonandolo, perché anche per
lui Onesimo è il suo cuore, è la sua vita. In questa semplice
affermazione di Paolo c’è tutta la potenza di verità e di carità di
Cristo Gesù, capace di rinnovare il mondo. Questa affermazione è la
negazione di ogni egoismo.
La fiducia nella docilità.
Agli altri si manifesta la verità, si chiede
la carità, la carità anche si fonda nella verità della fede. Degli altri
bisogna anche aver fiducia. Se noi fondiamo bene, santamente, secondo
verità, la carità che si chiede, nessuno se è nelle condizioni di farlo,
si tirerà indietro. Avere fiducia nella docilità dell’altro all’ascolto
della preghiera che gli viene rivolta, anche questa deve essere
struttura e forma di vita del cristiano.
Prigioniero di Cristo.
Prigioniero per Cristo. Questa duplice verità
merita una ulteriore puntualizzazione. La prigionia di Cristo è
prigionia di croce per amore. Cristo ha racchiuso la sua vita tutta
nell’amore del Padre. Anche il cristiano deve racchiudere tutta la sua
vita nell’amore del Padre. Cristo trasformò l’amore del Padre in amore
verso l’uomo, perché il Padre ama l’uomo. Per il Padre si lasciò
inchiodare sulla croce. Per amore si rese prigioniero degli uomini.
Questo secondo passaggio mai potrà essere fatto secondo verità, se non
si vive in pienezza di carità la prima prigionia, quella cioè di essere
prigionieri del Padre e del suo amore eterno.
Dal cuore di Paolo.
La struttura argomentativa di Paolo è assai semplice. Il
principio rimane sempre lo stesso. Egli guarda il cuore di Cristo, lo
prende, lo mette tutto nel suo e da cuore di Cristo che è diventato il
suo cuore egli annunzia le regole della verità che devono portare il
cristiano al sommo grado di vivere la carità del Padre e di Cristo nello
Spirito Santo. È questo un processo di assimilazione che ognuno di noi
deve realizzare, se vuole trovare l’unica soluzione al problema della
carità. Non c’è vera carità se non si vive secondo il cuore di Cristo.
La Vergine Maria, Madre della
Redenzione, metta il cuore di Suo Figlio Gesù nel nostro, perché vi sia
un solo cuore ad amare, il suo nel nostro.
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